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FARA D.O.C.
Dal vigneto alla cantina
Indice
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Origine mitologica della viticoltura La vigna La pianta della vite Impianto del vigneto Evoluzione del sistema farese Lavori nel vigneto Mali della vite e sue cure Preparazione della vendemmia Vendemmia e vinificazione
Elenco degli attrezzi per la viticoltura esposti alla Mostra |
Affreschi del XV secolo che si trovano nella Chiesa dei Santi Pietro e Paolo al Cimitero di Fara e che raffigurano il ciclo dei mesi.
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§1.Un culto di antichissima origine circonda l'albero della vite, che già presso i Sumeri era chiamata Madre Vite o Dea Vite ed era venerata come divinità e considerata "erba della vita".
§2.Come detto, nella mitologia classica la vite e il vino erano posti sotto la protezione di Dioniso che, nelle sue varie forme - Libero, Bacco, Iacco - rappresentava l'ebbrezza e l'estasi provocata dall'alcool.
Una sorte simile, secondo una leggenda beotica, toccò a Tritone(30): egli compiva continue devastazioni lungo le rive del lago di Tanagra,in Beozia(31), e aveva addirittura aggredito alcune donne che, durante una festa di Dioniso, si stavano bagnando nel lago.
Note: Chiamato anche Bacco dai romani, nome originariamente utilizzato con funzione di epiteto e che significa "rumoroso" con chiaro riferimento alle sfrenate feste in suo onore.
Dioniso era figlio di Zeus e di Semele, a sua volta figlia di Cadmo, re di Tebe. Con il nome di Sileni sono indicati nella mitologia greco-latina degli esseri assai simili ai Satiri e talora da questi spesso indistinguibili; rappresentati con orecchie appuntite, capelli ricci, naso camuso, corna sulla fronte e una lunga coda di cavallo o di capra. Corrispondente del dio latino Mercurio, figlio di Zeus e di Maia, nato in una grotta del monte Cillene, in Arcadia. Chiamata dai latini Giunone; il nome greco Hera significa propriamente "la signora" ed indica la regina degli dei, figlia di Crono e di Rea e sorella, oltre che sposa, di Zeus. Detto dai latini Giove è il massimo degli dei Olimpi, figlio di Crono - il Saturno dei latini - e di Rea e fratello di Poseidone, Ade, Estia, Demetra, Era. Figlia di Cadmo e di Armonia e sorella di Ino, Agave, Autonoe e Polidoro. Con questo nome erano indicati nella mitologia greca gli dei più antichi, figli di Urano, il cielo, e di Gea, la terra. Antichissima divinità femminile greca, legata al culto della terra e presentata come figlia di Urano e di Gea e moglie di Crono. Eroe greco, figlio di Echione e di Agave, che era a sua volta figlia di Cadmo. Re della Tracia, impedì a Dioniso il passaggio e lo costrinse a trovare rifugio presso le divinità del mare; catturò e imprigionò Baccanti e Satiri. Cittadino ateniese, ucciso da alcuni contadini che si erano ubriacati col vino che gli aveva fatto bere. Re di Calidone, in Etolia, sposò Altea e divenne padre di Tideo, Meleagro, Gorge, Deianira ed altri discendenti. Propriamente "grappolo" è il nome di un pastore di Oineo, il quale si accorse che una delle capre sulle quali doveva vigilare risultava sempre particolarmente euforica dopo che aveva mangiato i frutti di un arbusto che egli non aveva mai visto. E' il massimo fiume della Grecia. Feste religiose greche che si celebravano ad Atene il giorno 7 del mese di Pianepsione, corrispondente ai mesi di ottobre/novembre. Porto di Atene.
Dette anche Piccole Dionisie, feste religiose greche in onore del dio Dioniso. Si svolgevano ad Atene dall'otto all'undici del mese successivo, Gamelione, gennaio-febbraio. Feste religiose in onore di Dioniso, che si celebravano in area ionica e ad Atene dall'undici al tredici del mese di Antesterione, l'ottavo mese dell'anno ionico-ateniese, corrispondente ai nostri febbraio-marzo. La festa più importante di Atene dopo le Panatenee, si svolgeva dall'otto al tredici - o sedici - del mese di Elafebolione, marzo-aprile. Mitici esseri legati al culto di Dioniso e considerati personificazione della fecondità, dei poteri e delle forze vitali della natura.Costituiscono una classe ben definita di esseri mitici anche se la loro genealogia è variamente descritta dalle fonti: Sono ritenuti solitamente figli di Ermes e di Iftima o figli delle Naiadi. Sono rappresentati e descritti come esseri umani, che recano però attributi animaleschi: il corpo è umano ma le orecchie sono appuntite come quelle di certi animali - sopratutto cavalli - due piccoli corni spuntano loro sulla sommità della fronte e inoltre hanno la coda di cavallo o di capra. Umani sono invece i capelli, di solito ricciuti, e il naso, spesso rotondo, un po' schiacciato e rivolto verso l'alto.Quando sono rappresentati in età giovanile, assumono caratteristiche efebiche, mentre gli attributi animaleschi tendono a venir diminuiti e quasi a scomparire. I Satiri di età avanzata, anch'essi molto frequenti nel repertorio figurativo classico, recano più accentuate le caratteristiche grottesche e animalesche. Nome con il quale erano indicate le Baccanti.Deriva dal greco "essere pazzo", con trasparente allusione ai rituali di cui le Menadi erano protagoniste durante i riti in onore di Dioniso. Mitico personaggio greco, chiamato dai latini Ercole. Propriamente "gli uccisori dei buoi", erano ritenuti un'antica razza residente sul monte Pelio, in Tessaglia, dove conducevano una vita fiera e selvaggia, che meritò loro l'appellativo di "bestie selvagge", "fiere" con cui sono indicati in Omero. La loro stirpe, secondo la leggenda, discendeva da Issione, re dei Lapiti che, innamorato di Era, fu messo alla prova da Zeus: il dio gli mandò una nube riproducente le sembianze della regina degli dei, per vedere le sue reazioni. Dall'unione di Issione con la nube nacque un essere biforme, di nome Centauro, che fu il vero e proprio capostipite dei Centauri; accoppiandosi con le giumente del monte Pelio, egli generò infatti questi selvaggi abitatori dei boschi, ai cui corpi di cavallo - con quattro zampe, zoccoli e coda - erano uniti tronchi umani. Nome di una celebre montagna posta al confine tra Arcadia ed Elide. Nome di un mitico popolo che abitava le montagne della Tessaglia, sotto il governo di Piritoo che, essendo figlio di Issione, era un fratellastro dei Centauri. Quando questi ultimi reclamarono la loro parte di eredità paterna, Piritoo rifiutò di prendere in considerazione la loro richiesta, scatenando così una nota contesa che contrappose il popolo dei Lapiti a quello dei Centauri. Chiamato dai greci Odisseo - propriamente "l'odiato" - fu uno dei più celebri eroi greci della guerra di Troia. La parte più conosciuta della sua storia consiste nelle avventure che gli toccarono dopo la distruzione di Troia e che costituiscono la materia dell'Odissea di Omero. Popolazione semileggendaria della Tracia, ricordata tra gli alleati dei troiani nell'Iliade, sotto la guida di Eufemo e di Mente. Nell'Odissea i Ciconi sono il primo popolo che Ulisse e i suoi compagni incontrano nel viaggio di ritorno in patria; saccheggiano la loro capitale Ismaro e ne rapiscono e uccidono gli abitanti ma si trattengono troppo a lungo a far razzia nonostante gli inviti di Ulisse a far presto e vengono così gravemente decimati da altri Ciconi, provenienti dalle regioni vicine. Marone, uno dei Ciconi che viene risparmiato in quanto sacerdote di Apollo, dona a Ulisse dodici anfore di uno squisito vino inebriante in cambio della vita. Propriamente "dalle molte voci", "rumoroso". Figlio di Poseidone e di una Ninfa, era uno dei Ciclopi della Sicilia.Di aspetto gigantesco, aveva un solo occhio posto in mezzo alla fronte; si nutriva di carne umana e teneva in pochissimo conto gli dei olimpii. La sua abitazione era una caverna dell'Etna, sulle cui pendici conduceva a pascolare le greggi. Figlio di Poseidone e di Anfitrite o di Celeno; con il padre e la madre abitava in un palazzo d'oro in fondo al mare o a Ege. Trascorreva sui flutti a cavalcioni di mostri e cavalli marini e soffiava in una conchiglia per placare le onde. Regione della Grecia con capitale Tebe. Re della Tessaglia. Nome latino che significa letteralmente "pretendenti", con il quale sono usualmente indicati i pretendenti alla mano di Penelope, moglie di Ulisse. Si trattava dei principi di Itaca e di altre isole e località del circondario che, dopo la partenza di Ulisse per la guerra di Troia e durante la sua lunga assenza, si erano insediati nel suo palazzo e, in attesa che Penelope decidesse di sposare uno di loro, ne dilapidavano i beni in continui, fastosi banchetti. Figlio di Eufite di Itaca fu ucciso da Ulisse con la prima freccia che scagliò contro i Proci. Figlio di Testore, era il più saggio tra gli indovini greci e seguì le armate greche a Troia, dove veniva continuamente interpellato per interpretare il volere degli dei e per prendere le principali decisioni. Una delle grandi divinità greche, figlio di Zeus e Latona e fratello gemello di Artemide. Nacque sull'isola di Delo, dove il suo culto si mantenne particolarmente vivo nei secoli. Figlio di Poseidone e di Astipalea fu uno degli argonauti; quando piantò la vigna un servo gli predisse che non ne avrebbe bevuto il vino. E così avvenne. Mitico popolo di donne guerriere, ritenute di origine caucasica e insediatesi in Asia Minore, sulle rive del fiume Termodonte, dove fondarono la città di Temiscira. Erano governate da una regina e addestrate fin da bambine alla guerra, alla caccia e alle attività militari. Alle Amazzoni, durante l'infanzia, veniva tagliato il seno destro in modo che potessero manovrare l'arco con maggiore disinvoltura. Da qui forse l'origine del loro nome che, secondo l'etimologia tradizionale, significa propriamente "senza mammella". Gli uomini non erano ammessi nella loro società; per perpetuare la loro stirpe si recavano annualmente presso un popolo vicino - i Gargarei - e i figli che nascevano da questa unione passeggera erano destinati a far ritorno presso i Gargarei se maschi e a venir allevati secondo le usanze delle Amazzoni se femmine. Il dio greco Crono, padre di Giove. Re dei Rutuli, figlio di Dauno e di Venilia. Quando Enea arrivò in Italia, ne fu un irriducibile nemico - per via dell'amore per la stessa donna: Lavinia - e fu da questi ucciso in duello. Grandissimo eroe troiano, figlio di Anchise e di Afrodite. Alle sue peregrinazioni, destinate a concludersi sulle coste laziali con la fondazione della stirpe dalla quale doveva discendere l'imperatore Augusto, è dedicata l' "Eneide" di Virgilio. Feste religiose che si celebravano a Roma due volte l'anno, il 23 aprile - Vinalia priora - e il 19 agosto - Vinalia rustica - ed erano dedicate rispettivamente alla spillatura del vino nuovo e alla imminente vendemmia. I riti erano affidati al flamine di Giove poichè la divinità venerata in occasione delle feste era appunto Giove, del quale si cercava di ottenere la benevolenza per la buona riuscita della vendemmia e si scongiuravano gli effetti rovinosi della folgore; al tempo stesso però particolari sacrifici erano riservati anche a Venere, madre di Enea, la quale, secondo la tradizione, aveva offerto in voto a Giove tutto il vino prodotto dal Lazio allo scopo di impetrare la vittoria contro Turno. Epiteto che derivava alla dea dal santuario che le era stato dedicato sul monte Erice, in Sicilia. Figlio di Perseo, era padre di Anfitrione e antenato di Eracle, chiamato perciò Alcide o Alceo.
A Fara la coltura principale è sempre stata quella della vite da vino, piantata sulla collina. Proviamo a ricordare di quante parti è formato un vigneto e con quali nomi si identificano queste parti.
di Silvano Crepaldi
Nella scrittura sumerica il pampino indicava la vita e nel poema di Gilgamesh, il protagonista chiede indicazioni per ottenere l'immortalità a una donna detta "donna del vino" o "colei che mesce il vino".
Il vicino Oriente conosceva anche una divinità maschile dei grappoli, che secondo Erodoto era chiamata Orotalt e un dio ittita, Dulukbaba, era rappresentato con in mano un grappolo d'uva.
Questi esempi - e i diversi altri che si potrebbero citare - testimoniano di una vera e propria venerazione per la vite diffusa in tutto il Mediterraneo antico e affermatasi ancor prima che in Grecia venisse associata alla figura di Dioniso(1), diventandone la pianta sacra e insieme il simbolo.
Un grappolo fu il primo balocco di Dioniso bambino: nell'iconografia è frequente la raffigurazione del piccolo Dioniso che, in braccio ad un Sileno(2), protende le piccole mani verso il frutto della vite.
L'esempio più raffinato di questo soggetto è offerto da una scultura, attribuita non senza controversie a Prassitele, ritrovata ad Olimpia e raffigurante Ermes(3) con il piccolo Dioniso in braccio, allietato da un grappolo d'uva.
E ancora, quando venne rapito dai pirati, Dioniso operò uno straordinario prodigio, trasformando l'albero della loro nave in un tronco di vite, i cui tralci avvolsero tutta l'imbarcazione, mentre i pirati venivano mutati in delfini.
L'origine della vite, secondo queste leggende, era dunque da collegare alla travagliata nascita di Dioniso:
Quando Era(4) seppe che Zeus(5) aveva avuto un figlio da un amore adultero con Semele(6), volle uccidere il bambino e incaricò due Titani(7) di farlo a pezzi.
Squartato e messo a bollire in un calderone, Dioniso venne salvato da Rea(8), che lo risuscitò; dalle ceneri delle membra bruciate del dio spuntò la pianta della vite.
La diffusione della coltura della vite è presentata nella mitologia come frutto dei viaggi che lo stesso Dioniso compì su tutta la terra, portandovi, insieme alla vite, al vino e ai propri riti, anche la civiltà e le regole della vita sociale.
Laddove il suo culto non era accolto e la coltivazione della vite osteggiata, la punizione del dio seguiva inesorabile.
E' il caso di Penteo(9), punito con la pazzia per essersi fieramente opposto al culto di Dioniso e alla coltivazione della vite; è il caso del re tracio Licurgo(10) che, nella foga di sradicare e distruggere le piante di vite dalle sue terre, colpì e uccise con l'accetta il proprio figlio, scambiandolo per un ceppo della pianta.
Per contro, a coloro che lo accoglievano con senso di ospitalità e interesse, Dioniso era prodigo di doni, insegnando a coltivare la vite e a trarre il massimo beneficio dai suoi frutti.
Il primo mortale al quale Dioniso insegnò a produrre il vino fu Icario(11); il dono prezioso si rivelò però letale: ignorando che il vino doveva essere diluito con acqua prima di essere bevuto per evitare effetti indesiderati, egli lo offrì ai suoi contadini che, ubriacatisi e credendo che Icario avesse voluto avvelenarli, lo uccisero.
Un altro ospite che Dioniso ricompensò con il dono della vite fu Oineo, re di Calidone(12),che aveva spinto il proprio senso dell'ospitalità al punto di cedere alla richiesta del dio, prestandogli la moglie.
In cambio del favore Dioniso gli regalò una pianta di vite e gli insegnò a coltivarla.
Secondo un'altra versione del mito, l'arte di preparare il vino fu elaborata da un pastore di Oineo, Orista o Stafilo(13), il quale, vedendo che le greggi si dirigevano con frequenza ed evidente soddisfazione verso quella pianta, ne raccolse i frutti e li spremette, diluendoli con l'acqua del fiume Acheloo(14).
Al ciclo della vite, che allegoricamente rispecchiava il ciclo delle vicende di Dioniso, erano ispirate numerose usanze religiose greche e in particolare una sequenza di feste che scandivano i ritmi della viticoltura: la vendemmia, ad esempio, rievocava la morte per smembramento del dio.
Durante le Oscoforie(15) venivano trasportati al Falero(16) tralci carichi di grappoli d'uva; durante le Dionisie rurali(17), in inverno, si assaggiava e si miscelava il vino; le Lenee(18), durante le quali si rievocava la nascita di Dioniso dalla coscia di Zeus, dovevano il loro nome al tino nel quale l'uva veniva pigiata e il vino conservato finchè non era pronto; nelle Antesterie(19) si aprivano i grandi recipienti contenenti il vino perchè le anime dei defunti potessero gustarlo e si assaggiava il vino novello ormai pronto; durante le Grandi Dionisie(20), che cadevano in marzo, in una stagione in cui le viti non avevano ancora le foglie, era usanza innaffiare le piante di vite con il sangue di un caprone, che veniva sacrificato nelle campagne.
Gli effetti del vino si potevano cogliere anche nelle figure che componevano il suo corteggio: i Satiri(21) e le Menadi(22) tradivano infatti nel loro comportamento l'allentamento di ogni freno, favorito dall'inebriante bevanda.
Ma Dioniso non si era limitato ad insegnare ai mortali come coltivare la vite per ricavarne il vino; ad alcune creature privilegiate, come Eno, una delle figlie di Anio re di Delo, aveva concesso il dono di far scaturire direttamente dal suolo il prezioso succo dell'uva, così come le sorelle Elaide e Spermo erano in grado di compiere con l'olio e con il grano.
A Enopione "il bevitore" - figlio di Arianna e Dioniso o di Arianna e Teseo - si attribuiva la coltivazione del vino rosso nell'isola di Chio.
Tuttavia la maggior parte dei racconti nei quali il vino ha un ruolo importante si riferisce al suo potere inebriante.
Un orcio di vino, ad esempio, è all'origine della contesa fra Eracle(23) e i Centauri(24): ospite del Centauro Folo, durante una battuta di caccia al cinghiale d'Erimanto(25), Eracle chiese di servirgli del vino.
Folo gli fece assaggiare quello contenuto in un recipiente, che gli era stato donato da Dioniso stesso:
il profumo che si diffuse attirò gli altri Centauri, che mossero un vero e proprio assalto alla caverna di Folo e ingaggiarono una lotta selvaggia contro Eracle per impossessarsi della preziosa bevanda.
Anche in un'altra occasione i Centauri dimostrarono di essere particolarmente inclini al vino e fu durante le nozze del re dei Lapiti(26), Piritoo, alle quali anch'essi erano stati invitati.
Il vino, che correva a fiumi, li inebriò a tal punto ch'essi aggredirono la sposa e violentarono tutte le donne presenti, suscitando una furibonda battaglia.
Altro racconto conosciutissimo è quello di Ulisse(27) e dei Ciconi(28).
In questa contesa venne risparmiato solo un sacerdote di Apollo, di nome Marone.
Quest'ultimo, che sarebbe diventato nella letteratura successiva il modello dell'ubriacone, per la propria salvezza offrì ad Ulisse doni preziosissimi, tra i quali dodici anfore di un vino straordinariamente profumato, dolce e inebriante.
Con lo stesso vino, più tardi, l'eroe greco potè trarsi d'impaccio nel celebre episodio del Ciclope Polifemo(29):
il mostruoso Ciclope
...lo prese e bevve;
gli piacque terribilmente bere la dolce bevanda;
e ne chiedeva di nuovo: "Dammene ancora, sii buono.
Anche ai Ciclopi la terra dono di biade produce vino
nei grappoli e a loro li gonfia la pioggia di Zeus .
Ma questo è un fiume d'ambrosia e di nettare".
Così diceva; e di nuovo gli porsi vino lucente;
tre volte gliene porsi, tre volte bevve, da pazzo":
Con il risultato che
...s'arrovesciò, cadendo supino, e di colpo giacque,
piegando il grosso collo di lato; e dalla gola vino gli usciva,
e pezzi di carne umana; vomitava ubriaco.
Per liberarsi di lui gli abitanti posero in riva allo specchio d'acqua un orcio pieno di vino: irresistibilmente attratto dal profumo Tritone si avvicinò, ne bevve e cadde addormentato, cosa che rese possibile agli abitanti ucciderlo a colpi di scure.
Altri racconti evidenziano come il vino potesse diventare strumento di punizione e di vendetta.
Ad esempio nel mito di Piaso(32), re tessalo che aveva violentato la figlia Larissa, la quale poi si vendicò del padre, facendolo annegare in una botte di vino.
Su uno sfondo di abbondanti bevute avviene anche la terribile vendetta di Ulisse sui Proci(33): in particolare il più strafottente di loro, Antinoo(34), viene colpito alla gola dalla freccia di Ulisse proprio mentre sta per portare alle labbra una coppa di vino.
Un'altra leggenda metteva in relazione il vino con la morte di Calcante(35), l'indovino che si era recato a Troia al seguito dell'esercito greco.
Tra le molte versioni sulla sua fine, ne esisteva una che la collegava al momento in cui aveva piantato una vite in un boschetto sacro ad Apollo(36), ricevendo da un indovino locale la predizione che mai avrebbe potuto bere quel vino.
Quando Calcante ebbe finalmente in mano la coppa con il vino prodotto dalla sua vite, l'indovino ripetè la profezia: il vecchio Calcante scoppiò a ridere con tanta foga da morirne.
Una variante di questo racconto era riferita a un altro personaggio, Anceo(37) che, mentre portava alle labbra la coppa, venne ucciso da un cinghiale.
Tra le figure di personaggi perennemente ubriachi tramandateci dalla mitologia, un posto particolare spetta anche a una donna, Sanape, un'Amazzone(38) che diede il suo nome alla città di Sinope, sul mar Nero.
La sua sfrenata passione per il vino le procurò il nome con il quale è indicata, che significa appunto "ubriaca" nel dialetto locale.
Quanto il vino fosse considerato prezioso è suggerito dal mito delle sorelle Parteno e Molpadia, figlie di Stafilo, le quali si gettarono in mare per la disperazione quando alcuni maiali, approfittando di un loro momento di assopimento, penetrarono nelle cantine dove era conservato il vino di casa e ruppero i vasi che lo contenevano.
A differenza di quella greca, la mitologia latina narra che la coltivazione della vite e la produzione del vino erano state insegnate agli uomini direttamente da Saturno(39).
Il resto della leggenda ricalcava per molti aspetti quella greca di Icario e di sua figlia Erigone che, scoprendo il corpo del padre morto, si era impiccata; sia nella versione greca sia in quella romana, si adombra un cupo legame fra l'introduzione del vino e il sangue.
Un singolare racconto latino relativo al vino ha per protagonisti Turno(40) ed Enea(41) ed è all'origine delle feste dette Vinalie(42).
Venere aveva promesso di donare a Giove tutto il vino del Lazio in cambio della vittoria di Enea su Turno: in ricordo di quell'evento mitico si versavano in occasione della festa grandi quantità di vino in un ruscello, che scorreva presso il tempio di Venere Ericina(43).
Il vino aveva un ruolo centrale in molti aspetti del rito, non solo a Roma durante le Vinalie nè soltanto nelle feste in onore di Dioniso, bensì in generale nelle libazioni, che erano offerta agli dei mediante spargimento di liquidi diversi.
Di tali cerimonie sono offerti esempi, tra l'altro, nelle "Coefore" di Eschilo e nell' "Edipo a Colono" di Sofocle.
Talvolta, prima di partire per un viaggio, si colmava di vino e acqua un cratere, che poi veniva versato in mare dalla nave con preghiere agli dei per impetrare una traversata tranquilla.
Ugualmente, a conclusione dei sacrifici di animali, veniva versato un po' di vino sulle fiamme che ne bruciavano i resti.
Nei sacrifici in onore dei morti il vino si spargeva al suolo affinchè raggiungesse direttamente le anime dei defunti: un rituale del genere è seguito anche da Ulisse nella celebre scena di negromanzia descritta nell'Odissea.
Sia in Grecia che a Roma il vino non si beveva mai puro ma veniva mescolato in misura variabile con acqua.
Esiodo consigliava una proporzione di tre parti di acqua e una di vino; Alceo(44) considerava inebriante un rapporto di un terzo di vino e due terzi di acqua.
Per Marziale la giusta misura era metà acqua e metà vino.
Il compito di dosare nelle corrette proporzioni l'acqua e il vino, quando non era affidato a un servo, spettava al padrone di casa e il vaso che veniva usato a questo scopo era il cratere; la presenza di simili recipienti nelle sepolture indicava la tomba di un uomo.
Nei banchetti alcuni servitori - chiamati coppieri - si occupavano di mescere il vino ai commensali, attingendolo dal cratere e versandolo nelle coppe.
Un mito, variamente riferito dalle fonti, raccontava della volta in cui Eracle, durante un banchetto, aveva ucciso con un dito un coppiere, che aveva sbagliato le proporzioni della miscela; il coppiere, secondo la versione di Pausania, si chiamava Kyathos, nome che in greco indica il tipo di recipiente per i liquidi.
Frequenti accenni e descrizioni di abbondanti bevute di vino si leggono, tra l'altro, nelle opere di Marziale, Ovidio e nel "Satyricon" di Petronio.
(1)
Semele era stata convinta da Era, moglie di Zeus, a chiedere al re degli dei di accostarsi a lei nella stessa maniera in cui si presentava alla propria divina consorte.
Zeus apparve a Semele nel trionfo della sua gloria, tra tuoni e fulmini; impressionata e circondata dalle fiamme, la giovane diede alla luce un bimbo prematuro.
Ma Zeus lo salvò, cucendoselo dentro una coscia e tenendovelo al riparo finchè non fu giunto alla maturità e potè venire alla luce pienamente formato.
Dopo la nascita, Dioniso fu allevato sul monte Nisa da uno stuolo di Ninfe, che furono successivamente ricompensate da Zeus, ottenendo di venir poste in cielo, fra le stelle, come Iadi.
Per vendicarsi dell'affronto subito, Era lo rese pazzo; in preda alla follia Dioniso cominciò una lunga serie di peregrinazioni, che lo portarono attraverso le più remote regioni della terra.
L'ampliarsi del culto di Dioniso riflette la diffusione delle tecniche di coltivazione della vite nel territorio greco ma è sopratutto a partire dall'età ellenistica - grosso modo nel periodo successivo alla spedizione di Alessandro Magno in India - che abbiamo le prove di un culto sempre più esteso e di feste bacchiche sempre più lunghe, complesse e per molti aspetti sfrenate.
Dioniso è il dio della forza produttiva della natura e non sorprenda che, dati i collegamenti tra la coltivazione della terra - che Dioniso insegna a tutti i popoli durante le sue peregrinazioni - e lo sviluppo delle forme di vita civile, egli diventi il portatore delle leggi e della civiltà, l'amante della pace.
Il dio appare, nelle epoche più antiche, accompagnato dalle Cariti o Grazie ma ben presto al suo fianco, durante le spedizioni e i suoi lunghi viaggi, cominciano a comparire le Baccanti, donne a lui devote.
Numerosi sono i personaggi che il mito associa a Dioniso nei più svariati episodi; tra le donne l'eroina più celebre, che meritò il suo amore, fu Arianna.
La mitologia narra anche di un amore tra Afrodite e Dioniso, dal quale sarebbe nato Priapo.
(2)
Come i Satiri, facevano parte del corteggio dionisiaco ed erano protagonisti di vendemmie, libagioni e talvolta aggressioni nei confronti di dee come Era o Iride.
Uno di essi in particolare, chiamato Sileno al singolare, assume nella tradizione connotati precisi e un'individualità propria, che lo distinguono dagli altri numerosi Sileni e Satiri.
Il Sileno per eccellenza, che appare costantemente al fianco di Dioniso era Papposileno che, secondo la tradizione, lo aveva educato e allevato.
Anziano e gioviale era solitamente rappresentato con un otre pieno di vino, ubriaco e malfermo sulle gambe; più spesso a dorso di mulo o sorretto da altri Satiri, amante, come i suoi simili, della musica, del vino, del sonno e dei piaceri sensuali.
Oltre alle particolarità proprie dei Satiri, egli aveva quella di poter prevedere il futuro: quando era ebbro e addormentato i mortali potevano costringerlo a profetare, circondandolo e incatenandolo con ghirlande di fiori.
(3)
(4)
(5)
(6)
(7)
(8)
(9)
Egli succedette a Cadmo sul trono di Tebe ma poichè si oppose al culto di Dioniso fu reso pazzo dallo stesso dio ed il suo palazzo distrutto dalle fondamenta.
Fu fatto a pezzi e dilaniato dalla propria madre e dalle proprie sorelle, Ino e Autonoe che, in preda alla furia dell'estasi bacchica, credettero di ravvisare in lui un leone inferocito.
(10)
Colpito da pazzia per volere divino, Licurgo scambiò il proprio figlio Driante per un ceppo di vite e lo uccise colpendolo con l'accetta, rinsavendo subito dopo.
(11)
Solo dopo lunga ricerca, sua figlia Erigone, accompagnata dal cane Mera, ne trovò la tomba e per il dolore si uccise.
Dioniso trasferì la giovane e Icario in cielo, fra le costellazioni: Erigone divenne la Vergine, Icario si trasformò in Boeto o Arturo ed il cane Mera nella costellazione del Procione o piccolo cane.
(12)
Sotto il regno di Oineo gli uomini cominciarono a conoscere per la prima volta l'uso del vino, che da lui prese il nome.
(13)
Incuriosito, riferì la sua scoperta ad Oineo, che ebbe l'idea di spremere quei frutti, ottenendone il vino.
(14)
Sorge dal monte Pindo e scorre verso sud, segnando il confine tra Acarnania ed Etolia; sfocia in mare di fronte alle isole Echinadi, nello Ionio, dopo un corso di oltre duecento chilometri.
In tempi moderni ha avuto anche il nome di Aspropotamo.
(15)
Feste della vendemmia - il nome greco indica il tralcio di vite - avevano il loro momento culminante in una processione che, dal santuario di Dioniso ad Atene, giungeva al tempio di Atena Scirade, al Falero, ed era preceduta da due giovinetti travestiti da fanciulle, che portavano appunto un tralcio di vite carico di grappoli d'uva.
(16)
(17)
Si svolgevano dall'otto all'undici del mese di Posideone, corrispondente ai nostri dicembre-gennaio.
Più antiche delle Grandi Dionisie, rivaleggiavano con queste per fasto.
Erano feste chiassose, scherzose, caratterizzate da un'allegria sfrenata e da una vivacità scatenata; offrirono il terreno al germinare della commedia e prevedevano anche la messa in scena degli spettacoli già rappresentati nelle Grandi Dionisie ad Atene con lo stesso allestimento.
(18)
Anch'esse in onore di Dioniso, anticamente erano definite Dionisie.
Proseguimento delle Piccole Dionisie, avevano sede nel quartiere di Atene a sud dell'Acropoli, dove sorgevano il santuario ed il teatro di Dioniso Leneo.
Vi si svolgevano sfilate di carri, accompagnate da sfrenati scambi di invettive e di motti licenziosi.
(19)
Messe in relazione con la benedizione del vino nuovo e ritenute feste floreali, l'origine precisa del nome non è chiara: potrebbe essere fatta risalire a cerimonie in onore dei defunti di origine predionisiaca.
Sicuramente il culto dei morti, nell'ultimo dei tre giorni festivi, è attestato anche in età storica.
Il primo giorno - dell'apertura delle giare - il mosto della vendemmia del precedente autunno, diventato vino, veniva portato in offerta a Dioniso nel tempio di Dioniso Limnaios.
Il secondo giorno - detto dei boccali - era quello in cui Dioniso, con una solenne processione, arrivava in città e celebrava le nozze con la sposa dell'Arconte; seguiva una gara di bevute di vino nuovo.
Il terzo giorno si imbandivano verdure cotte ad Ermes, venerato in una specifica forma di divinità infernale, e ai defunti, che si riteneva vagassero liberi per la città.
Qualcuno vi riconosce affinità con una festa ancora in auge, quella di Halloween.
(20)
Istituita da Pisistrato per contrapporre alle Panatenee - di tradizione aristocratica - una festa di matrice popolare.
Era dedicata a Dioniso Eleuterio, il cui culto era giunto ad Atene da Eleutere, al confine tra Attica e Beozia.
Dopo una serie di sacrifici e di riti iniziali, gli autori e gli interpreti delle opere drammatiche venivano presentati al pubblico.
Il giorno successivo una processione trasportava su un carro-trireme il simulacro di Dioniso dal tempio di Limne al Leneo, passando attraverso un santuario sito presso l'Accademia: era il simbolo della buona stagione che Dioniso portava dal mare.
La processione si svolgeva al lume delle fiaccole e rievocava altresì l'arrivo del dio ad Atene da Eleutere.
Canti e danze, caratterizzate da una totale sfrenatezza, accompagnavano la processione.
Il simulacro del dio veniva poi posto sull'altare, nell'orchestra del teatro, dove assisteva a tutti gli spettacoli.
Seguiva un fastoso banchetto.
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Caratteristica dei Satiri è sicuramente la loro predilezione per il vino e per tutti i piaceri sensuali, predilezione che si traduce, nell'iconografia, nella presenza di attributi come grappoli d'uva, tirso e vasi potori. I Satiri sono sovente raffigurati nell'atto di danzare con le Menadi o le Ninfe nei cortei di Dioniso o abbandonati al sonno dovuto all'ebbrezza o intenti a suonare vari tipi di strumenti musicali, specialmente il flauto. Compaiono sovente abbigliati con pelli di animali e ornati di tralci di vite e pampini.
Difficile a volte la distinzione tra Satiri e Sileni; questi ultimi erano, più propriamente, i danzatori che nel corteo bacchico accompagnavano le Menadi o le Ninfe, con una lunga coda cavallina. I due termini appaiono sovente scambiati o indifferentemente usati l'uno al posto dell'altro. Comuni a Satiri e Sileni sono la natura divina ma non immortale e gli attributi fallici: il nome "Satiri" allude allo stato di eccitazione erotica perenne dei personaggi e significa propriamente "i pieni".
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Costituivano il corteggio o tiaso di Dioniso durante i suoi errabondi viaggi in Oriente ed erano rappresentate con una corona di foglie di vite sul capo e abbigliate con pelli di daino, recando in mano il tirso, un bastone coronato di edera e pampini.
Erano talvolta indicate come Bistonides dal nome dei Bistoni, una popolazione della Tracia, dove era particolarmente diffuso il culto di Dioniso.
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fundu da viasci vigna in collina
piantà da bas - vigna in pianura in mezzo ai campi
runch - è la facciata della collina che guarda verso la strada che va da Briona a Sizzano
riva - è la facciata di tutte le altre colline
fundaia - è la parte bassa della riva ed il suo proseguimento in piano
s-cataia - una vigna piccola e di poco conto
vièra - filare di viti nella vigna ed il tipico rilievo baulato del terreno sul quale sono infissi i pali
pizun - parte terminale, più stretta, di una vigna a forma triangolare
cürtuj - filari di viti piantati in un pizun. Risultano molto corti
fos - è lo spazio non coltivato fra un filare di viti e l'altro
mez - è il fos posto fra due vigne. Quindi metà fos è di un proprietario e l'altra metà è dell'altro proprietario
tèrmu - pietra di confine piantata nel terreno per delimitare la proprietà. È piantata in mezzo al fos e lo divide in due mez
travèrs - è il passaggio che interrompe i filari di viti o vièri per permettere di attraversarli
gual - spiazzo riservato alla sosta ed al voltaggio del carro
Pantera - è formata da un filagn e una sola filèra
spalera - è formata da un solo filagn
topia - sono più viti tese in alto in modo che si passi sotto con il carro
cò sura dal fos - è un tralcio teso fra due filari paralleli
ramin - filo di ferro zingato teso e fissato ai pali del filare. Serve per sostenere i tralci
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Dopo aver ingrassato, lavorato e preparato il terreno, si procedeva all'impostazione del vigneto.
Si iniziava col piantare dei picchetti a distanza di tre metri uno dall'altro su una fila ben ordinata.
La distanza fra le file dei picchetti era di quattro metri.
Attorno al picchetto si praticava un buco sufficiente per interrare tre barbatelle, che venivano legate al picchetto e ricoperte di terra fino all'innesto. Il mucchietto di terra attorno alla barbatella formava la mutèra.
Per il primo anno si svolgono le normali cure.
Al secondo anno si pota la barbatella lasciando un solo germoglio con due gemme.
Si imposta il filare o vièra e si ingabbiano le barbatelle affinché i nuovi tralci non cadano a terra. Si pianta un palo al centro, al posto del picchetto, e tre pali attorno incrociantisi ad una certa altezza a formare un treppiede su cui possono attaccarsi i nuovi tralci - 'ncapiulèe viascèti.
Al terzo anno sa squara aj viascèti.
Prima si piantano i pali laterali di sostegno - pal dla filèra - e si tira il filo di ferro -
ramin - che unisce tutti i pali. Fra il palo centrale ed il palo laterale si lega un paletto - rabiun - per permettere ai corti tralci novelli di attaccarsi ed allungarsi fino al palo laterale.
Al quarto anno, con lo sviluppo della vite, si arriva alla formazione definitiva del vigneto. In questo impianto dove ogni pianta di vite è composta da tre barbatelle, ognuno dei ceppi fa tralcio a sé - viasciun.
Un ceppo dà origine al braccio laterale di destra.
Un secondo ceppo dà origine ai braccio laterale di sinistra.
I brasc o quazi sono formati da un tralcio vecchio, non fruttifero - viasciun - e da un tralcio di due anni - cainèta -, che vengono legati ai paal dla filèra che è piantato sul bordo della vièra e sostiene anche il filo di ferro laterale -
ramin
Per poter rinnovare il braccio invecchiato, nella potatura, si lascia un pezzo di tralcio di un anno per la lignificazione chiamato buzun.
Sostituirà il braccio vecchio.
Dalla cainèta partono due tralci che vengono stesi e legati al
ramin orientati in direzioni opposte - spianè cooj.
Un terzo ceppo dà origine al braccio centrale o caval, che va a raggiungere il gruppo di tre piante di vite successive - viascia - con l'appoggio di un palo di mezzo o paal dal caval -.Il caval parte dal fusto all'altezza della cularola, e segue il filo di ferro tirato al centro della vièra.
Arriva al palo di mezzo, in corrispondenza del quale dà origine a due diramazioni laterali o tralci sostenuti dalla büsarda.
Un terzo tralcio prosegue diritto legato al filo di ferro tirato al centro del filare - sül filagn.
La büsarda è un palo sottile che si mette di traverso rispetto alla vièra e viene fissata al
ramin laterale mediante una tacca - psula - in funzione di arresto e una legatura con un salsin.
La psula viene incisa sulla parte più grossa della büsarda chiamata scousc.
L’operazione è detta psulè aj büsardi.
La cularola è la legatura centrale dei tre fusti con in mezzo un palo di sostegno chiamato paal dla cularola.
L’operazione è detta culè viasci.
Ricapitolando: un filare di viti è formato da una striscia di terra rialzata e bombata chiamata vièra.
Al centro della vièra corre il filagn, formato dalle piante di vite coi pali della cularola e i pali di mezzo allineati per mezzo di un filo di ferro.
Ai due lati della vièra sono piantati i pali della filèra allineati da un filo di ferro.
Lo spazio non coltivato fra un filare e l’altro è chiamato fos.
Pantera - quando un vigneto confina con una strada che corre parallela ai filari e non c’è più lo spazio per formare una vièra completa, si forma un filare particolare chiamato Pantera.
E’ formata da un filagn e da una sola filèra con i pali disposti verso l’esterno del vigneto ed inclinati verso il bordo della strada.
Spalera - per difendere i confini di un campo un po’ grosso si forma sul bordo del campo un filare stretto chiamato spalera.
E’ formato dal solo filagn ma con due o tre fili di ferro tirati in piani sovrapposti per aumentare la produzione di uva.
Topia - quando nel vigneto necessita dello spazio, particolarmente per entrare con il carro o per altre necessità, per non perdere produzione di uva si coprono questi spazi con una topia.
La topia è una vite tesa in alto e sostenuta da un impianto di lunghi pali in modo che si possa passare sotto con il carro.
Cò sura dal fos - è un tralcio teso fra due filari paralleli.
Tra due paal dla filèra, uno su una vièra e l’altro su la vièra parallela, si legava in alto, attraverso del fos, un paletto.
A questo paletto veniva legato un tralcio.
Così facendo si aumentava la produzione di uva. In questo caso, dal brasc partivano tre tralci.
Due tesi e orientati in direzione opposte sul
ramin.
Il terzo era indirizzato e legato al paletto teso al traverso del fos.
Raas - prima della venuta della fillossera, nell’impianto del vigneto, al posto delle barbatelle venivano usate talee non innestate - raas - in numero di otto-dieci per buca, dal momento che procurarsi le talee non comportava alcuna spesa.
Le talee o pezzi di tralci lunghi 70-80 cm si mettevano nelle buche scavate con un diametro di circa un metro, inserite inferiormente a raggiera e convergenti verso l’alto, legate ad un paletto e coperte di terra.
Sabücà - propaggine.
Quando per la morte di alcune viti si creavano dei vuoti, veniva distesa la parte terminale di una branca - cò vec - di due anni in una buca scavata nel centro del prosone - vièra - preferibilmente nei pressi della ceppaia che doveva essere sostituita - viascia morta.
La branca veniva poi ricoperta di terra lasciando fuoriuscire i tralci dell'anno che avrebbero dato origine ad altrettante viti. L'anno seguente, tagliando la branca vecchia si sarebbero ottenute nuove viti ormai autonome.
Piantà da bas - vigna in pianura in mezzo ai campi.
Era un antico sistema diffuso esclusivamente in pianura, tanto che i faresi, recandosi in vigneti cosi coltivati dicevano: i vach 'nt'al piantà invece di dire vach foo 'nti viasci come quando si dirigevano ai vigneti di collina.
Il piantà era un sistema adatto principalmente a vitigni vigorosi quali: Spanna, Bonarda e Greco.
I viasci da piantà erano in numero di quattro, legate assieme dalla cularola in modo da formare un unico ceppo da cui si partivano a raggiera quattro bracci che venivano fissati a quattro pali.
I piantaai non esistono più da molti anni.
I scirisöj - L'allevamento di viti su sostegni vivi era un tempo diffusissimo in pianura.
A Fara questo sistema fu definitivamente abbandonato negli anni sessanta perché intralciava molto il lavoro dei campi eseguito con i nuovi trattori agricoli.
A Carpignano è ancora in uso questo sistema di vigna alberata o antico sistema alterno.
Questo sistema consisteva nel fare appoggiare la vite al ciliegio selvatico - scirisöö - che veniva capitozzato.
I scirisöj davano dei frutti piccoli ma molto saporiti i scirisöj maslèj.
Oltre al ciliegio selvatico venivano usati anche l'alberello - arblin - o il gelso - murun - soprattutto nel tempo in cui erano diffusissimi nelle campagne per permettere l'allevamento dei bachi da seta - bigat.
I scirisöj erano posti in fila alla distanza di circa dieci metri uno dall'altro.
Le viti venivano messe a dimora in vicinanza dell'albero e da una sola parte, per evitare di sottrarre prezioso spazio alla coltura consociata sottostante.
Sul vaso della pianta capitozzata fissavano un palo disteso orizzontalmente e perpendicolare al filare. I pali venivano collegati fra di loro da quattro file di filo di ferro.
A questi fili di ferro venivano fissati i tralci che formavano così quattro festoni permanenti che si rincorrevano da un albero all'altro. Questi festoni di tralci erano chiamati: tendi.
A volte i tendi venivano disposti a raggiera con al centro un scirisöö con i vari pali intorno. Tra i vitigni preferibilmente allevati su tutori vivi spiccavano la Spanna ed il Greco per le loro attitudini a forti espansioni.
Si usava dire: nduma vandummiè i scirisöj ma si intendeva vendemmiare l'uva maturata süi tendi di scirisöi da bas.
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I vigneti faresi erano impiantati con il sistema a quadretto composto, modificato rispetto agli altri paesi vitivinicoli, col sistema farese.
Viasci da quattru brasc - un sistema richiamante la struttura quadrangolare tipica novarese con viti distanziate di 4 metri.
Si piantavano assieme quattro barbatelle che davano origine ai quattro bracci sorretti da otto pali.
Tre pali per parte sui bordi esterni e due al centro della vièra poiché non serviva il palo della ceppaia o paal dla cularola.
Viasci da tri brasc - le viti sono piantate alla distanza di tre metri.
Si piantano solo tre barbatelle. Rimane un solo braccio al centro della vièra. Per l'impianto servono solo sei pali.
Viasci cum la büsarda - i due pali laterali, che sostenevano il braccio al centro della vièra, sono sostituiti da un paletto disteso orizzontalmente e fissato al palo centrale corrispondente. Le estremità della büsarda sono fissate esternamente ai due fili di ferro.
Nelle viasci da quattru brasc si mettevano due büsardi eliminando quattro pali laterali di sostegno.
Nelle viasci da trì brasc si metteva una büsarda eliminando due pali laterali di sostegno.
Sistema farese - dallo schema a büsarda con ceppaie distanziate di 3 metri, il nuovo sistema farese si diversifica per l'elevazione verticale del braccio di centro fino all'altezza del filo di ferro del filagn su cui vengono legati in direzione opposta due tralci.
Il numero dei pali per ceppaia è ridotto a tre ed è stata abbandonata la struttura a quadretto composto che si era man mano modificata.
Paaj - pali della vigna.
I pali erano molto importanti per il vigneto e davano un lavoro molto gravoso.
Si tagliavano nel bosco con due scopi: sfoltimento del bosco e utilizzo per la vite - as và gabè paaj.
Bisognava tagliarli, portarli a casa, pelarli e fare la punta nella parte inferiore - scousc - per poterli piantare nel terreno.
La parte superiore del palo è detta sciüma.
Per quantificare la mole di lavoro svolto nel corso degli anni, proviamo fare un calcolo molto approssimativo. Ammettendo che 300 famiglie, mediamente, coltivavano 700 piante di vite ciascuna, otteniamo una coltivazione di 210.000 viti.
Se erano viasci da quattru brasc necessitavano di 8 pali ciascuna
Se erano viasci da tri brasc necessitavano di 6 pali ciascuna
Si risparmiavano già 420.000 pali e molto lavoro. Con il nuovo sistema farese che necessita di 3 pali per vite il lavoro si riduce di molto
Rispetto al vecchio sistema a quattru brasc si risparmiano 1.050.000 pali nell'impianto complessivo di tutti i vigneti.
![]() 1) Tèsctaröö, 2) Tira ramin, 3) büsarda, 4) Paal dla filèra, 5)Paal dla cularola o dal caval, 6) Paal um mez, 7) Ramin dal filagn. |
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I pali più comunemente impiegati erano:
paaj ad ribina - pali di robinia
paaj ad casctègna - pali di castagno
Secondo il loro impiego nel vigneto i pali si distinguono in:
tèsctaröö - palo di testata della filèra
tira ramin - palo di testata del filagn
paal dla filèra o paai dal brasc - palo delle due file esterne del filare
paal dal caval o paal dla cularola - palo piantato vicino alla ceppaia
paal um mez - palo piantato in mezzo al filare fra una vite e l'altra.
I tèsctarööj ed i paaj dla filèra sono piantati in modo obliquo - jin piantai da sghez.
Gli altri pali sono piantati diritti, perpendicolari rispetto al terreno.
gabè paaj - tagliare i pali nel bosco
plè paaj - levare col falcetto la pelle ancora tenera, particolarmente dai pali di castagno
vizè paaj - fare la punta ai pali usando la scure od il falcetto
vizüra - punta fatta alla parte inferiore del palo
sciüma - parte superiore del palo
scousc - parte inferiore del palo
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Puè viasci - potare la vigna.
La potatura viene effettuata nei mesi invernali.
Si inizia tagliando la legatura vecchia che sostiene i tralci.
Si recidono i tralci che hanno fruttificato nell'anno.
Si rinnova la legatura del braccio della vite ed infine si inclinano i nuovi tralci da frutto fissandoli al filo di ferro.
fursèta da viasci - è la forbice da potatura
puaröö - piccolo e leggero falcetto adatto alla potatura, veniva adoperato prima che entrasse in uso la forbice da potatura
culè viasci - rinnovare la legatura centrale che tiene uniti i vari fusti che formano la pianta di vite
piantè aj paai - sostituire i pali deteriorati o rinfrancare nel terreno quelli vecchi.
È un lavoro faticoso.
I pali vengono piantati nel terreno con la sola forza delle braccia.
pal fèru - palo di ferro con punta a cuspide, per scavare buchi nel terreno particolarmente duro.
In questi buchi si piantano i pali.
'mpichè viasci - legare il braccio della vite al palo corrispondente.
spianè cooj inclinare i nuovi tralci da frutto e legarli al filo di ferro teso fra i pali -
ramin.
sarmenti - tralci secchi tagliati dalla vite
viasciui - grossi tralci legnosi tagliati dalla vite
taplij - scheggie di legno tagliate dal palo quando si rinnova la punta per ripiantare il palo nel terreno
sari - pali secchi che non si possono più utilizzare nel vigneto e vengono perciò sostituiti con dei nuovi pali
'ngualè legni - raccogliere e riunire in fascine i sarmenti tagliati durante la potatura.
I legami più utilizzati nel vigneto sono le vermene di salcio che si ottengono da una pianta di salice capitozzata ed innestata, oppure da una pianta innestata a livello del terreno che, a causa dei ripetuti tagli, dà luogo a un piccolo ceppo.
gaba - salice. Per ottenere una pianta di salice, in primavera, bisogna tagliare un paletto diritto da una pianta di salice, fare la punta e piantarlo in un terreno umido o sulla riva di un fosso dove scorre l'acqua. L'anno dopo, se il paletto ha messo le radici, deve essere capitozzato ed innestato.
I salici si potano in autunno, in luna vecchia per preservarli dal tarlo - caröö.
Le grosse fascine di lunghi rami si conservano nell’umido della cantina in modo che non secchino e si conservino flessibili e resistenti. In inverno gli uomini potano quei rami di salice dividendo i rametti a secondo delle loro caratteristiche.
salsij - le vermene più sottili servono per legare al filo di ferro i tralci novelli - spianè cooi
sals - le vermene più lunghe servono per altri legami
ciapi - i sals più grossi vengono dimezzati in senso longitudinale per renderli più flessibili
doov ciapi - se i sals vengono divisi in due parti
trei ciapi - se i sals un pochino più grossi vengono divisi in tre parti. Quando si usano i ciapi bisogna tenere la parte con la pelle rivolta verso l'esterno del legame altrimenti quando secca si rompe. Un mazzetto di ciapi legate assieme prende il nome di cularoli.
rabiun - è il ramo principale dal quale sono stati tagliati i sals e salsij. Generalmente non viene utilizzato. Serve come legna da bruciare.
gabera - filare di piante di salice
butini - vermene ottenute da una pianta innestata a livello del terreno che, a causa dei ripetuti tagli, dà luogo a un piccolo ceppo.
Sono meno flessibili dei sals e sì usano quando mancano i sals.
butinèe - cespuglio di butini
torti 'd murun - rametti flessibili di gelso.
Si usavano per legare le fascine di sarmente ottenute potando le viti.
Quando si potava la vigna, nel mezzogiorno, si mangiava in campagna perché le giornate erano corte e fredde.
Verso le ore sedici bisognava smettere. Generalmente le donne mettevano nella cesta della merenda: pèn melga, murtadèli, ovi bruvaai, pumi e vinèt.
Tutta roba fredda che costava poco ma non soddisfaceva i lavoratori.
guri - vimini selvatici non innestati.
Per poter pelare i vimini e farli diventare bianchi, si mettevano con la punta in alto in un recipiente contenente acqua e solfato di rame - vardaram.
Col risveglio della primavera anche i vimini germogliavano.
In questa fase la corteccia si stacca facilmente.
I vimini venivano scortecciati in questo modo: si piantava nel terreno un paletto di legno lungo m 1,50 circa, si praticava una spaccatura a V fermata con un laccio a 20 cm dalla cima.
Nella spaccatura si sdrusciavano per 2-3 volte i vimini fino a perdere la pelle e a risultare bianchi.
Il legno di salice, leggero e facile da lavorare, interessava i fabbricanti di zoccoli, perché era l'unico legno che non faceva bruciare i piedi.
sapè viasci - la zappatura.
In primavera, entro il mese di maggio, si zappava il vigneto. In agosto si zappava una seconda volta.
Il proverbio dice: «chi sapa d'avusct, al sapa al cò e 'l musct» chi zappa in agosto, zappa il tralcio ed il mosto.
Va molto bene.
In novembre si eseguiva una terza zappatura.
Per poter zappare bene una vièra servivano due persone, una per ogni metà.
Questa metà è chiamata: ènt.
Le due persone, per poter zappare bene, dovevano essere: una dricia e l'altra manzina.
dric - destro. Chi tiene la mano destra più in basso, vicino alla zappa
manzin - sinistro. Chi tiene la mano sinistra più in basso, vicino alla zappa.
sapèe - zappatura normale
sapè 'd sen - zappatura profonda
'ntarzèe - zappettatura dei ciuffi d'erba cresciuti fra una zappatura e l'altra
sapa - zappa. Usare la zappa era molto faticoso, tanto da far dire a chi cambiava lavoro: «sum brüsaghi 'l mèngu dla sapa». Non si diceva: ho cambiato lavoro, ma: ho bruciato il manico della zappa.
'ngrassè viasci - ogni tre o quattro anni, in autunno, si effettuava la concimazione con letame o scarto del cotone.
Con la zappa si levava la terra in superficie attorno alla pianta della vite ricavandone una buca di forma rettangolare - bosa
Si riempiva la buca con letame o cotone che venivano poi ricoperti con la terra levata prima. Il letame lo si portava nel vigneto con il carro e lo si scaricava in un mucchio.
Per ogni vite da ingrassare, si caricava su di una apposita barella la giusta quantità di letame e poi in due persone la si portava e la si versava nella buca scavata prima. La barella era indispensabile per portare il letame in salita sulle rive della collina. In pianura si usava la carriola. In tempi più recenti, dove era possibile, per spostare il letame nel vigneto si usava uno slittone tirato dal cavallo.
sctrüsa - slittone tirato dal cavallo
Prima della barella, per portare il letame su per le rive, usavano la gerla - scivera.
Usavano pure la gerla per riportare in cima delle rive delle colline la terra trascinata giù dalle acque piovane. Lavori oramai dimenticati.
fos - striscia di terreno incolto che separa una vièra dall'altra. Serve come passaggio
fè fosc - pulire i fossi. Con il badile si levavano le zolle erbose lasciando il terreno pulito e piano in modo che l'acqua piovana possa scorrere via facilmente e l'erba tardi a ricrescere.
A secondo delle necessità il bordo della vièra veniva rifinito con il lüchèt o l'arianin.
lüchèt - era un gradino alto 10-15 centimetri che correva lungo il bordo della vièra
arianin - era una zona in piano larga 10-15 centimetri, tenuta sempre sgombra dall'erba usando l'orecchio della zappa.
Anche l'arianin correva lungo il bordo della vièra separandola dal fos.
sgarzulè viasci - potatura verde che si effettua a fine aprile inizio maggio.
Consiste nell'asportare tutti i germogli superflui e non fruttiferi
muciè cooj - potatura verde che viene effettuata a fine agosto quando l'uva inizia a maturare.
Consiste nel tagliare la parte eccedente del tralcio per mettere al sole i grappoli e fare spazio per poter passare meglio.
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OIDIO o mal bianco della vite compare verso il 1850 e fu la prima malattia che fece molti danni ai vigneti.
L'Oidio è un fungo a micelio biancastro, si sviluppa su foglie e acini della vite e manda all'interno dei tralci organi succhianti che cagionano una malattia che dai viticultori viene chiamata Muffa.
L'Oidio é una crittogama della vite (Oidium Tuckeri). Questo fungo di origine americana, in Europa iniziò la sua diffusione partendo dall’Inghilterra.
Il primo che riuscì a capire e trovare un rimedio contro l'Oidio fu il Vescovo di Biella Mons. Pietro Losana, il quale con opuscoli e prove pratiche riuscì a convincere i viticultori che l'unico rimedio era lo zolfo in polvere sparso sui grappoli e sulle foglie mediante delle solforazioni.
La popolazione contadina seguiva abbastanza volentieri l'invito a fare le solforazioni, poiché questo invito era emanato da un Vescovo.
Nel 1859 Mons. Losana pubblicava l'opuscolo: "La crittogama spacciata".
Questo trattamento a base di zolfo era già stato sperimentato in Inghilterra da Kyte ed in Francia da Gautiere e Duchartre.
I nostri nonni ci raccontavano che i loro padri per spruzzare lo zolfo in polvere sui grappoli e sulle foglie, usavano una manciata di fibre di canapa, pianta che allora era coltivata a Fara. Intingevano le fibre di canapa in un secchiello di zolfo e poi con una mano le scuotevano sulle viti, nell'altra mano tenevano una tafferia - basgIéta - per recuperare lo zolfo inutilizzato che altrimenti si sarebbe perso nella terra. Qualche anno dopo costruirono dei soffietti particolari, che qualche vecchio viticultore usava ancora pochi anni fa.
Büfèt - Solforatrice - Attrezzo per cospargere lo zolfo in polvere sulle viti in alternanza alle irrorazioni con verderame, allo scopo di prevenire l'Oidio o ruggine dell'uva.
È costituito da un mantice cilindrico di cuoio con anima a molla; bocca di lamiera ad imbuto; asticella di comando alloggiata nel manico di legno. Manca il cannello irroratore.
Il modello é economico ma non del tutto funzionale poiché sprovvisto di serbatoio.
Lo zolfo versato direttamente nel mantice, dopo aver tolto il cannello irroratore, provocava ben presto l'ossidazione del metallo e l'indurimento del cuoio. Altro inconveniente era l'accumularsi dello zolfo contro la bocca di uscita. Attrezzo lungo cm 130 e largo cm 15 circa. Più tardi costruirono delle macchine solforatrici che dopo essere state riempite di zolfo in polvere si mettevano sulle spalle come uno zaino ed azionando a mano una leva, si soffiava la polvere di zolfo attraverso un lungo tubetto metallico. Spandere lo zolfo - 'nzufrè viasci - era un brutto lavoro, perché lo zolfo irritava il naso, la gola e soprattutto gli occhi che bruciavano e lacrimavano per giorni. Questo problema venne risolto molti anni dopo usando lo zolfo solubile, sciolto nella Poltiglia Bordolese.
FILLOSSERA - Verso il 1870 si diffuse la Fillossera che danneggiava i vigneti più dell'Oidio.
La Fillossera è un insetto dei Gorgoglioni, piccolissimo, di colore giallo, che attaccandosi alle tenere punte delle radici della vite (forma radicicola), e moltiplicandosi molto rapidamente produce nodi o rigonfiamenti detti appunto "nodosità fillosseriche". La vite appassisce, si seccano le foglie e poi muore. Dall'uovo deposto in inverno sotto la corteccia dei rami più vecchi esce una femmina aptera che si riproduce partogeneticamente, tanto da produrre sino a 50 uova in un anno. Nell'estate compaiono individui alati, ninfe, che depongono uova sulla faccia inferiore delle foglie (forma gallicola), da cui escono maschi e femmine senza ali e senza rostro, che poi migrano verso le radici. La femmina che depone l'uovo d'inverno da cui nasce il pidocchio devastatore (Phylloxera Vastatrix) proviene dalle radici.
Originaria dell'America la Fillossera fu importata in Europa intorno il 1863, con le viti richieste a scopo di studio e di diffusione ornamentale dato che il loro valore enologico è scarsissimo (uva Fragola). Le larve di Fillossera sono dannosissime alle piante, poiché si nutrono, pungendo le radici e succhiando, dei succhi in esse contenuti.
Nelle radici in seguito alle numerosissime ferite inferte dalle larve, si instaura una malattia detta Marciume Radicale, che nel giro di pochi anni porta alla distruzione dell'intero apparato radicale con conseguente morte della vite. La vite americana si è selezionata per via naturale in modo da non soccombere agli attacchi delle larve, irrobustendo l'apparato radicale che è in grado di emettere nuove radici in sostituzione di quelle distrutte dal Marciume Radicale.
Nel 1870 i sig. Bellardi e Arcozzi Masino sono fra i primi a segnalare la presenza della Fillossera nel territorio di Saluzzo. Per parecchi anni si tenta di combattere la Fillossera disinfettando i terreni con diverse sostanze sperimentali come: pannelli di ricino, molto velenosi, nitroglicerina, solfuro di carbonio, ecc. senza però ottenere dei buoni risultati. Nel 1878 il viticultore Roasenda, dopo vari esperimenti, trova che l'unico modo per difendersi dalla Fillossera è quello di impiegare dei vitigni innestati su piede americano, come hanno già fatto i viticultori francesi. Roasenda fonda il Consorzio Antifillosserico Subalpino, ove si danno dimostrazioni pratiche che vincono la sfiducia che i contadini hanno sempre per le innovazioni. Roasenda consiglia l'uso di insetticidi, ma in primo luogo l'estirpazione dei vigneti nostrani, vecchi, attaccati dalla Fillossera, e la sostituzione con altri vigneti, nuovi, formati da barbatelle ottenute innestando su talee di vite americana gemme di vite europea. Propone anche che il Governo intervenga con delle sovvenzioni. Il sig. Malaspina di Fara Novarese, Presidente della Commissione per la lotta contro la Fillossera, in una sua lettera datata: Fara Novarese, 18 novembre 1904, ed indirizzata al Presidente della Deputazione Provinciale di Novara, facendo il consuntivo sugli ultimi focolai di Fillossera nel Novarese, ci precisa, tra l'altro, la situazione sui vigneti di Fara Novarese: "Le esplorazioni recentemente finite danno nientemeno che 439 viti da distruggere sopra mq 4390.
È da ritenersi che detta infezione si sarebbe assai più propagata se per un anno intero, nell'attesa che il Governo mandasse ad eseguire le distruzioni, non si fosse sorvegliato attentamente che nessuno potesse entrare nelle vigne infette, cogliervi erbe, frutti, ecc., col mezzo di un 'apposita guardia.
Come ben disse il chiarissimo professor DeAlessi di codesta Regia Cattedra d'Agricoltura, a Fara era precisamente il caso di applicare la distruzione con sistema classico antico, senza lesinare nella zona di sicurezza, onde vederne poi tutta la sua efficacia.
Ora ciò é fatto e vedremo". (provincia, b. 2019)
PERONOSPORA della vite (Plasmopora Viticola o falso Oidio della vite) è di origine nordamericana. Fu osservata in Francia nel 1878 ed in Italia l'anno dopo. La Peronospora è un fungo parassita che vive col suo micelio nei tessuti di piante superiori terrestri, producendone sovente la morte. Il micelio, intercellulare, invia degli organi succhianti nelle cellule della vite attaccando per prime le foglie e poi i frutti, con la formazione delle zone chiare (macchie d'olio) poi emette i rami zoosporangioformi (ossia portanti i zoosporangi, impropriamente detti conidi), mezzi di diffusione della malattia. All'inizio per combattere la Peronospora si propose in autunno di raccogliere tutte le foglie delle viti e bruciarle. Intanto si sperimentava l'uso di solfato di rame in polvere e sciolto. Per irrorare le viti, nel 1886 si sperimentarono le prime pompe a mano della Ditta Barbero di Torino. Queste pompe non ebbero una grande diffusione perché erano molto costose con il loro prezzo di lire 35. I faresi chiamarono "bralun" la Peronospora perché simile per colore e forma a deiezioni animali. Quando i contadini faresi appresero che il rimedio per combattere la Peronospora era il solfato di rame in polvere sciolto in acqua si pose il grave problema di come fare poi a spruzzarlo sulle viti. Prima ancora come fare, come organizzarsi per avere in tutti i vigneti l'acqua necessaria per sciogliere il solfato di rame. Difficoltà enormi per quei tempi. Difficoltà superate nell’arco di parecchi anni, scavando e costruendo delle vaschette in muratura per sciogliere la quantità di solfato di rame sufficiente per bagnare tutto il vigneto. Risolto con grande difficoltà il problema di avere l'acqua nel vigneto, ancora più difficoltoso fu trovare un modo per spruzzare la soluzione di solfato di rame sulle foglie e sui tralci delle viti. Si iniziò con l'immergere uno scopino di saggina in secchi pieni di soluzione di solfato di rame e poi scuoterlo sulle viti. Prima che lo scopino, intinto nel secchio appoggiato in terra, venisse sollevato all’altezza dei tralci, quasi tutto il liquido colava in terra. Qualche anno dopo costruirono delle piccole brente in legno della capacità di circa 25 litri. Queste mezze brente, portate sulle spalle come uno zaino, si trovavano ad una altezza superiore a quella dei tralci. Il contadino passando lo scopino di saggina al disopra della testa, lo intingeva nella mezza brenta - brantèt - che portava sulla schiena a zaino tramite cinghie a bretella di maschereccio - panogi - e poi aspergeva i tralci. Era già un piccolo miglioramento. Alcuni anni dopo costruirono e brevettarono uno spruzzatore, formato da un cilindro di ottone e da uno stantuffo aspirante e premente che scorreva nel suo interno. Questo stantuffo veniva fatto scorrere mediante delle leve azionate a mano dal contadino. Lo stantuffo quando tornava indietro aspirava il liquido riempiendo il cilindro quando era spinto in avanti spruzzava questo liquido. Il movimento di queste leve ricordava il movimento delle forbici così questo nuovo spruzzatore, a Fara, era chiamato "la fursèta" - forbici -. Il solfato di rame, sciolto in acqua, era contenuto in un recipiente di legno portato a zaino. Dal fondo di questo recipiente di legno partiva un tubo di gomma che portava il liquido allo spruzzatore di ottone - fursèta. Questo sistema era già un netto miglioramento rispetto ai precedenti. Parecchi anni dopo arrivarono, ad un prezzo accessibile, delle irroratrici a zaino francesi che si diffusero rapidamente fra tutti i viticoltori. Queste irroratrici diventarono così popolari che con la loro marca "Vermorèl" si identificarono anche tutte le altre macchine irroratrici di altre marche che arrivarono dopo. Le irroratrici Vermorèl B.té S.G.D.G. erano costruite in Francia a Villefranche (Rhone) Machina da bagnèe - Irroratrice a zaino di metallo - Recipiente metallico, generalmente di rame, di fabbricazione industriale, munito di pompa per irrorare di verderame le viti contro la Peronospora. L'irroratrice veniva portata a zaino, tramite cinghie a bretella di maschereccio o dì tela - panogi -. La parete che appoggia sulla schiena è diritta, quella opposta è a sagoma ricurva. Una leva - a destra o a sinistra a seconda dei casi ma in genere a sinistra - determinava il flusso di liquido lungo un tubo di gomma, imprimendogli una spinta grazie a un serbatoio di compressione munito di sistema di valvole. Il tubo era collegato, tramite rubinetto, al cannello irroratore, d'ottone in cui era alloggiato un filtro. All'estremità del cannello, un ugello spruzzatore polverizzava il liquido. Il verderame veniva introdotto attraverso una apertura nella base superiore, munita di filtro e coperchio. I filtri servivano a trattenere soprattutto i granuli di calce. Dimensioni: altezza cm 43-50; larghezza cm 36; tubo cm 150; cannello cm 60. Burdulesa - Poltiglia Bordolese - Si prepara la soluzione di solfato di rame, nelle proporzioni di tre etti di solfato in grani, messo in un cestello di vimini - cavagnöö dal vardaram - e fatto sciogliere, per ogni brenta d'acqua - 50 litri -. Separatamente si prepara un denso latte di calce composto da un kg di calce in pasta - cunscina bagnà - e 20 litri d'acqua. Fatto ciò si versa il latte di calce, poco a poco, nella soluzione di solfato di rame, agitando bene il miscuglio e saggiandolo, volta a volta, immergendovi una listarella delle apposite cartine alla Fenolftaleina. Si cessi di aggiungere latte di calce appena la listarella di carta così bagnata, accennerà a colorirsi di rosso. A questo punto la soluzione è basica e la miscela è costituita da solfato di calcio e da idrato rameico. Al tempo della guerra 1943/45 non trovando più il solfato di rame - vardaram - i faresi, contravvenendo alle leggi, hanno imparato a farselo.
kg 1 di rame ridotto a pezzettini
kg 6 di acqua calda
kg 1,800 di acido solforico
Si unisce il tutto in una vaschetta di cemento, dopo venti minuti di ebollizione si aggiunge kg 2,700 di acido nitrico, si lascia in ebollizione per circa 12 ore e si formeranno kg 3,500 di solfato di rame e sei litri di acqua verdognola usabile nella Poltiglia Bordolese. Litri tre di acqua verdognola, più 2 etti di solfato di rame in aggiunta a tre ettolitri di acqua, latte di calce quanto basta, si ottiene la Poltiglia Bordolese (controllare sempre con una cartina alla fenolftaleina).
A Fara, in quali anni si sono manifestate queste malattie della vite lo troviamo in un bel libretto rilegato in pelle e scritto a mano in bella calligrafia da Prolo Damiano fu Carlo detto Girometta, abitante nella Contrada chiamata alla Francia (via Stoppani). Nel capitolo: "Registro delle anate Buondanza e di Caristia in Fara" tra le altre informazioni troviamo:
1849 - abiamo fatto un buono racolto di vino ma debole e cominciava la malatia della quitogrima (Oidium Tukeri, crittogama della vite).
1850 - ha ascopiato la malatia che si domandavano la quitogrima e non si poteva più fare vino nisuna perché la vigna ascrolava tutte le foglie.
1853 - al signor marchese Solarolli ha cominciato ha zolferare le vigne con il zolfo. Le sue vigne pareva il Paradiso e tanto racolto e gli altri mia.
1855 - hanno cominciato qualche altro inzolferare le vigne e ne facevano tanto (vino).
1856 - hanno cominciato tutti il Paese e ne facevano molto vendemia. Il zolfo era l'unico mezzo per fare tanto raccolto fino l'anno 1886.
1887 - sorse un'altra malatia che chiamavano la pranospera (Peronospora) era molto dannosa per le vigne che faceva secare tutte le foglie e l'uva non poteva maturare. Quell'anno abiamo fatto un vino gramissimo.
1888 - ha fato un cativo inverno molto fredo e una primavera molto freda che ha fato morire molte vigne anche nei ronchi e per tutte le coline e molti Cirisoli per la campagna (viti sostenute da piante di ciliegio selvatico - scìrisöj).
1889 - abiamo cominciato Bagnare le vigne per la malatia della prenospera, per ogni Brenta di acqua mezo chillo di solfatto di rame distilato con tre litri d'acqua Boliente.
1890 - una gran sucina, é stato sei mesi senza piovere.
1891 - alli 22 del mese di maggio una gran tempesta, ha cominciato nel castello del Polajo (ora Clinica "I Cedri") a tutto Briona sino alla casina granda.
1892 - una gran sucina. La setimana del Corpus Domini ha cominciato venire la prenospera a l'uva, è secato tutte le foglie e l'uva è venuta tutta passa, abbiamo vendemmiato e vendutto niente, abbiamo fatto poco vino.
1893 - è stato un inverno molto freddo ha fatto morire tutte le vigne della pianura e tutta la vaI della noca.
ACINELLATURA - Se durante la fioritura della vite piove troppo o fa freddo alcuni grappoli non riescono a svilupparsi in maniera regolare. Avremo così dei grappoli composti da pochi acini grossi che maturano e tanti acini piccoli che magari non maturano neanche. Questa malattia è l'Acinellatura. A Fara viene detta brüsa.
TIGNUOLE DELLE VITI - Le Tignuole sono dannose perché causano l'infracidamento e la distruzione degli acini d'uva. Questo male è chiamato varmin. Le Tignuole durante l'inverno stanno racchiuse in bozzoletti che si trovano sotto la corteccia delle viti. Verso la metà del mese di maggio dai bozzoli nascono le farfalle, che vanno a deporre le uova sui fiorellini della vite. Dalle uova nascono i vermi che mangiano i fiorellini. Dopo quasi un mese e mezzo questi vermi vanno a nascondersi sotto la corteccia della vite e tessono i bozzoletti, nei quasi si trasformano in crisalidi. Verso la metà di luglio nascono le farfalle che depositano le uova sugli acini dell'uva. Da queste uova nascono i vermi che mangiano la polpa dell'uva e che si trattengono nei grappoli fino alla vendemmia, per andare poi ad annidarsi di nuovo sotto la corteccia e formare i bozzoletti, che sfarfallano nella seguente primavera. Il varmin si combatteva aggiungendo alla Poltiglia Bordolese, l'arseniato di piombo o l'estratto fenicato di tabacco.
PUNTERUOLO e MAGGIOLINO - Ricordiamo questi due animaletti che erano dannosissimi per la vite. Unico mezzo di difesa era quello di catturarli con le mani e poi schiacciarli o farli annegare nell'acqua.
sajin - punteruolo (Byctiscus betulae).
galarua - maggiolino (Melolontha melolontha).
bagnè viasci - irrorazione della vite contro la peronospora.
burdulesa - poltiglia bordolese.
fè l'ava - preparazione della poltiglia bordolese.
buru - buca scavata nel terreno cretoso ed in grado quindi di conservare a lungo l'acqua piovana.
tübu - vasca cilindrica in cemento, serviva per la preparazione della poltiglia bordolese.
vascot - piccola vasca in cemento, serviva per bagnare la calce.
'nzufrè viasci - spandere zolfo in polvere per combattere l'oidio della vite.
mufa - oidio o mal bianco della vite.
bralun o malatija - peronospora.
brüsa - acinellatura del grappolo.
varmin - tignuole delle viti.
vardaram - solfato di rame.
zufru - zolfo in polvere.
cunscina - calce viva.
cartini par pruvè l'ava burdulesa - cartine alla Fenolftaleina.
FLAVESCENZA DORATA della vite: è stata segnalata in Francia per la prima volta negli anni ‘50. In Italia venne osservata in Oltrepò Pavese sul finire degli anni ‘60 ed in Piemonte nel 1998/99. La malattia viene diffusa da un insetto conosciuto come cicalina - Scaphoideus Titanus - e provoca la morte delle viti. Quando l’infezione compare l’unico rimedio è quello di estirpare le viti malate e quelle vicine.
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Prima di iniziare a vendemmiare era necessario preparare l'attrezzatura:
bagnè aj bèni - le bigoncie, grossi cassoni di legno di foggia quadrilunga a pareti inclinate, destinate a contenere l'uva vendemmiata dovevano essere a tenuta stagna. Le bigoncie erano state usate nella vendemmia dell'anno precedente e poi lasciate in cantina.
Durante questo tempo il legno si era asciugato e le giunture non erano più a tenuta stagna.
Per fare rigonfiare il legno si metteva dell'acqua nelle bigoncie.
Per accelerare il procedimento, con l'acqua, si metteva nella bigoncia una manciata di farina di granoturco oppure dello sterco di vacca - na sciunta
La bèna la ten - quando la bigoncia non perdeva più acqua dalle giunture era pronta per essere caricata sul carro per la vendemmia e quindi non avrebbe perso per strada il succo dell'uva contenuta.
carmulina - quando la bigoncia era già colma di uva si versavano sopra altre ceste di uva in modo di fare un colmo alto circa trenta centimetri sopra la bigoncia.
pasctè la bèna - quando la bigoncia era quasi piena, un uomo, entrava a comprimere l'uva con i piedi per poterne mettere una quantità maggiore.
Una bigoncia conteneva circa dieci quintali di uva.
Ouerc dla bèna - grosso coperchio di legno per coprire la bigoncia.
Mazinij - piccole fascine di legnetti da mettere come molleggio fra la bigoncia ed il fondo del carro.
Bütè la-via la cantina - preparare la cantina per ricevere il mosto.
bagnè aj vassej - mettere dell'acqua nelle botti che erano rimaste vuote per verificarne la tenuta prima di riempirle di mosto.
vassel un duighi - botte con le doghe sconnesse e non tiene il liquido.
vassel cal dagna - botte che perde poco liquido.
vassel cal prèm - botte che perde qualche goccia di liquido.
vassel cal ten - botte stagna. Con l'acqua le doghe si sono gonfiate e non perdono più liquido.
riscta e sev - stoppa e sego sono necessari per tappare le piccole fessure che si formano fra una doga e l'altra della botte.
palot dal mèngu lunch o vantularu - pala concava in legno, indispensabile per spruzzare l'acqua all'interno della botte.
sguazè aj vassej - risciacquare l'interno della botte.
bujarènda - per imbonire una botte nuova o una vecchia che avesse preso odore di legno si facevano bollire e sì lasciavano macerare delle foglie di pesco. Con quell'acqua bollente si lavava la botte che prendeva un aroma mandorlato che andava bene per il vino.
tirè sü l'üssöö - chiudere la botte lavata e fissare il portello inferiore.
dèghi sgiü l'üssöö - aprire e levare il portello inferiore della botte.
üssöö - è di circa centimetri 50x60. Serve perché un uomo possa entrare all'interno della botte per lavarla, spazzolandola con acqua e soda.
Oppure per martellinare e levare la feccia indurita del vino e rimasta aderente alla botte - tartaro.
frèsciat - uomo che viene a martellinare il tartaro all'interno delle botti e poi lo compera.
bati la frèscia - lavoro fatto dal frèsciat.
cagna
- vecchio attrezzo per chiudere il portello inferiore della botte. È un paletto, che funge da leva, lungo circa un metro con un gancio mobile di ferro attaccato a circa 30 centimetri dalla sua estremità. L'üssöö è posto all'interno della botte. Il gancio mobile della
cagna è agganciato all'anello di ferro dell''üssöö. L'estremità del paletto fa da fulcro contro la botte, quindi alzando, la
cagna
funge da leva, ed il gancio di ferro mette in piedi l'üssöö nella sua sede.
machina par tirè sü l'üssöö - la
cagna è stata sostituita da una macchina di ferro a forma di semicerchio con in mezzo una grossa vite che serve come leva. La macchina appoggia le due estremità al fondo della botte. La parte inferiore della vite, a forma di uncino, aggancia l'anello dell'üssöö. Avvitando, la vite porta l' üssöö nella sua sede.
Prima di effettuare queste operazioni è necessario mettere parecchio sego sui quattro fianchi del portello e dell'apertura della botte.
vassel sèm - nella botte piena e chiusa, dopo un po' di tempo, il livello del vino si abbassa.
Quella botte non più piena si chiama: vassel sèm, che deve essere 'nrasi'. Deve essere riempita aggiungendo altro vino.
brüsè l'aria cum al zufru - bruciare l'aria con lo zolfo.
Quando una botte era stata lavata, prima di chiudere il portello inferiore, bruciavano all'interno della botte dello zolfo in polvere. La manciata di zolfo era messa sopra un coppo (tegola del tetto) ed incendiata. Ora si usano degli appositi dischetti di zolfo che si infilano in un pezzo di filo di ferro, si incendiano con un fiammifero, si mettono all'interno della botte attraverso il foro del portello superiore - bundun da sura - e si tappa ermeticamente la botte. I dischetti, bruciando, riempiono la botte di acido solforoso e quando si spengono vuol dire che nella botte non c'è più ossigeno.
Questa solforazione serve a preservare le doghe dalle muffe.
asg-gru dla cantina - pavimento della cantina. Consisteva in un conglomerato di calce con ghiaia o pietrisco e sabbia per evitare l'umidità.
puzarel - pozzetto scavato nel pavimento della cantina. In questo pozzetto vengono convogliati i liquidi che vengono a colare sul pavimento della cantina.
as di butègli - sopra le botti, lungo le pareti della cantina, si trova un robusto asse appoggiato su delle mensole infisse nel muro.
Su questo asse vengono sistemate le bottiglie di vino destinate all'invecchiamento.
infarnot - era una nicchia o un piccolo spazio, chiusa da una grata, dove il padrone conservava le bottiglie migliori.
'mbutaglièe 'l vin - da tempo immemorabile per l'imbottigliamento del vino si ritiene adatto il periodo della luna vecchia di marzo, in una giornata di sole o vento.
al vin dla lèva - quasi tutte le famiglie in occasione della nascita dei bambini imbottigliavano e accantonavano delle bottiglie, che venivano poi aperte vent'anni dopo, per la festa della leva. Successivamente queste bottiglie sottolineavano tutte le ricorrenze più importanti della vita. Anche in occasione del matrimonio, alcuni mettevano da parte delle bottiglie da stappare quando sarebbero nati i figli.
tina - ampio vaso di legno a doghe, cerchiato di ferro, con un solo fondo inferiore, comunemente più largo della bocca. Serviva per mettervi a fermentare le uve pigiate.
tinèra - tinaia. Stanzone dove si tengono i tini.
vassèla - quando si è smesso di fare fermentare le uve pigiate nei tini, per riutilizzare questi tini, facevano applicare dal bottaio di Fara, nella parte superiore del tino, un fondo con il suo portello. Così il vecchio tino poteva essere utilizzato come botte in posizione orizzontale.
buta - botte della capacità di 6 o 7 ettolitri. Serve per il trasporto del vino. Per renderla più leggera è fatta con doghe di legno sottile. Non ha il portello sul fondo ma solo un foro nella parte superiore per poter introdurre e levare il vino.
pescaduu - tubo in rame, collegato alla pompa aspirante-premente, che si infila nella botte per poter aspirare il vino contenuto nella botte stessa.
suabuti - lungo tubo di rame con all'interno uno stantuffo che permette di aspirare anche l'ultimo poco liquido rimasto nella botte.
ladra - tubetto di rame con a metà un piccolo serbatoio. Serve per prelevare dalla botte un mezzo bicchiere di vino per l'assaggio.
casciaröö - mazzetta di ferro per l'uso di cantina.
trimosgia - trimoggia in legno da applicare sopra le botti. Serve per agevolare l'introduzione dell'uva pestata nella botte.
peria - era un grosso imbuto di legno, ricavato da un grosso tronco, tagliato a metà in senso longitudinale e scavato a mò di conca. Al foro ricavato nel fondo veniva applicato un cannello di lamiera. La peria serviva per versare il vino nella botte.
pidriot - grosso imbuto di lamiera per versare il vino nelle botti.
Ha sostituito la peria.
turciaröö - piccolo imbuto per le bottiglie.
dupilitru - caratteristico recipiente di forma ovale.
Misura equivalente a due litri, indispensabile in cantina per aggiungere ai vari recipienti piccole quantità di vino.
riscta - fili di stoppa. Uniti al sego servivano a turare le piccolissime fessure delle botti.
sev - sego.
pasctun - bottiglione da due litri.
pasctun da quart - bottiglione da dodici litri e mezzo, quarta parte di una brenta.
Si conservava in cantina pieno del vino più buono da bersi nelle grandi feste dell'anno.
pasctun da quart 'ngurinà - bottiglione protetto da un rivestimento di vimini intrecciati.
butigia - botticella di legno per il vino da portare in campagna.
barlèt - botticella di legno per l'acqua da portare in campagna.
barlitée - chi portava la botticella e distribuiva l'acqua a chi lavorava in campagna.
sciüca - zucca del pellegrino, usata come bottiglia per portare il vino in campagna.
cavagnat - artigiano che fabbrica ceste e coperture per damigiane di vetro.
A Fara vi erano due cavagnajt.
crèpiat - fabbricante di gerle in legno a stecche rade dette crèpia, a Fara c'era un crèpiat in via Manzoni.
zavrat - bottaio, artigiano che riparava o fabbricava botti, barili e mastelli. Il motto del zavrat era: «un culp süj serci, jün sü la buta, par tüc i la rnov anca s'l'è ruta».
A Fara i falegnami costruivano anche le botti ma il vero bottaio era Bruno Giuseppe in viale XX Settembre.
Nell'Archivio Diocesano di Novara è reperibile un piccolo fondo che raccoglie la corrispondenza dell’Arciprete di Fara Novarese, Don Gaudenzio Manuelli, durante la Prima Guerra Mondiale.
Fra le altre cartoline troviamo questa del: «Caporale Bruno Giuseppe, bottaio, 27 settembre 1915, Masciabi. Prego Signoria Vostra se potesse per gran favore a farmi avere una piccola licenza di un qualche suo conoscente, non per divertimento ma per poter in questi giorni di vendemia a vendere una qualche botte e altri generi del mio mestiere per poter a darci il pane alla mia famiglia. La ringrazio e domando scusa di dover a disturbarlo».
Negli ultimi anni, durante l'estate veniva a riparare le botti un bottaio di Cellio.
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La vendemmia inizia verso la fine di settembre. L'uva staccata la mettono nelle ceste - cavagna. Un uomo va a versare nella bigoncia - bèna - due ceste per volta. Se i filari sono lunghi e pianeggianti, le ceste vengono portate alla bigoncia con la carriola od un carrettino, evitando così un po' di fatica. Quando l'uva arriva a casa deve essere pigiata. Prima dell'impiego delle macchine pigiatrici, l'uva veniva pestata coi piedi direttamente nella bigoncia, subito alla sera - pasctè l'ua. Masgnè l'ua - La macchina pigiatrice generalmente è posta su una bigoncia. L'uva è tolta dalla bigoncia con l'apposito tridente a più rebbi e messa su di uno scivolo di legno - trova - che collega la bigoncia posta in alto sul carro al trimoggia della pigiatrice appoggiata sulla bigoncia posta in basso sul terreno. Quando tutta l'uva è pigiata si misura la ricchezza zuccherina del mosto usando il Glucometro o Pesa-mosto che rapporta anche la ricchezza zuccherina del mosto al grado alcoolico del futuro vino. Ora l'uva pigiata bisogna portarla nella botte - vassel - con la brenta. Si appoggia la brenta alla bigoncia. Una persona con una apposita secchia riempie la brenta, avendo cura di versare prima due secchi di liquido e poi le vinacce, perché altrimenti sarebbe difficoltoso versare il contenuto della brenta nella botte. Quando la brenta è piena, in due la si alza e la si posa su l'apposito e robusto sgabello - scagnun - Ora un uomo si carica la brenta sulle spalle a mò di zaino. Va in cantina, e salito su un robusto scalot appoggiato alla botte, ne versa il mosto dentro la trimoggia applicata al portello superiore della botte stessa. Quando la botte è piena di uva pigiata, allo scopo di impedire che durante la fermentazione le vinacce, galleggiando sul mosto, vengano a contatto con l'aria ed inacetiscano - diventu forti - si effettua una particolare operazione detta puntellatura della botte - puntalè 'l vassel Ogni botte ha i suoi appositi legni di misura adatti alla puntellatura. Inizia quindi il processo della fermentazione. Il mosto viene lasciato fermentare per dieci o quindici giorni nella botte con il portello superiore aperto. In questi giorni è bene lasciare aperte le finestre della cantina perché la fermentazione alcoolica del mosto produce anche dei gas nocivi per l'uomo. Terminata la fermentazione si svina - as cava la fiuu dal vassel. Sotto il portello inferiore della botte si mette il bigoncino di legno - banot - che raccoglierà il vino fiore che uscirà dalla botte allorquando leveranno il tappo di legno - bundun - che tiene chiusa la botte. Con la brenta si travasa il vino fiore dal banot ad una botte pulita. Ultimata la svinatura del vino fiore, nella botte, rimangono le vinacce che devono essere torchiate. Con fatica si leva il portello inferiore della botte. Con un particolare tridente dai rebbi piegati a L chiamato sgarfignun si tirano fuori le vinacce mettendole in un mastelletto di legno - zavrin - che servirà per riempire il torchio di vinacce. Quindi si torchia ricavando altro vino chiamato caspi. Finita la prima torchiatura si allenta la pressione del torchio e si tolgono le vinacce. Deposte sul pavimento antistante al torchio, le vinacce torchiate vengono scomposte, sminuzzate e poi sbriciolate con le mani per poterle torchiare una seconda volta. Si dice: artaiè 'l torc e sfargulè aj vinasci. Il vino fiore tolto direttamente dalla botte è già limpido ed è il migliore. Il vino ricavato dalla torchiatura è torbido e lascerà più deposito - frèsciun. Durante l'anno il vino verrà sottoposto a diversi travasi. Il primo travaso si fa per Natale al fine di togliere la feccia. Il secondo in primavera, perché in concomitanza con il germogliare della vite, il vino fermenta e se non venisse tolta la feccia si intorbiderebbe - al ven trabul. A giugno, prima del caldo, si fa il terzo travaso. Per tradizione il vino si travasa soltanto quando il tempo è bello e c'è il sole, mai quando è nuvolo o piove. Il vino nuovo viene imbottigliato nel mese di marzo, in una giornata di sole o vento, sempre in luna vecchia. Vinèt - vinello o secondo vino. Per poter vendere il vino buono e conciliare le esigenze della famiglia era indispensabile ricavare dalle vinacce anche il vinello. Spillato il vino fiore, all'interno della botte rimangono le vinacce inzuppate di mosto. Questa botte veniva riempita con acqua e lasciata rifermentare per una decina di giorni. Si spillava poi un vinello di bassa gradazione alcoolica, 4 o 5 gradi al massimo, da bersi durante l'inverno e la primavera. Puschi - vinello ricavato dalle vinacce torchiate. Finita la torchiatura, tolte le vinacce dal torchio, sminuzzate e sbriciolate con le mani, vengono poi messe in una bigoncia appoggiata su due cavalletti ed inclinata da una parte. Ogni due ore, con un innaffiatoio pieno d'acqua si bagnavano le vinacce contenute nella bigoncia. Le vinacce dovevano sempre essere bagnate perché se asciugavano diventavano calde ed inacetivano. I puschi o vinello, attraverso un foro praticato nella parte bassa della testata della bigoncia, uscivano goccia a goccia, già limpide e pronte da bere. L'operazione del bagnare le vinacce ogni due ore, giorno e notte, durava anche otto o più giorni. Inutile dire che questo vinello ottenuto dalla lavatura lenta delle vinacce era di qualità scadente ma bevibile. Vinasci - vinacce. Le vinacce torchiate le vendevano alla Distilleria che si trovava in via XX Settembre. Alcuni prima di vendere le vinacce estraevano i vinaccioli. Su di una bigoncia si metteva un apposito vaglio con il fondo di rete metallica fine in modo che passassero solo i vinaccioli. Con le mani si sfregavano su questa rete metallica le vinacce, raccogliendo così nella bigoncia i vinaccioli che venivano poi venduti per fare l'olio.

In quasi tutte le cantine faresi, le vinacce venivano strette con torchi a vite senza ingranaggio.
Il torchio più diffuso era il Mabille a leva multipla, esso fu ideato dai fratelli Mabille di Amboise, e poi modificato variamente da alcuni costruttori italiani.
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1 Ruèla.
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Turciun - nella via Manzoni il locale che fa angolo con la strettoia chiamata Fussalun è ricordato dai vecchi faresi col nome di Turciun. Ora quel locale, che misura circa 20 x 7 metri, è di proprietà del Fabbro-Maniscalco Caldara Renzo. Anticamente era di proprietà della Famiglia Stoppani ed era adibito a cantina.
Il nome Turciun deriva dal fatto che in quella cantina vi era un vecchio e grande torchio simile a quello conservato a Carpignano nella Cantina Perego e a quello conservato a Sizzano nella cantina Tornielli. In un angolo vi è ancora un blocco di serizzo di circa 1 mc., che era una parte del vecchio Torchio.
Vandumia - vendemmia.
Vandumièe - vendemmiare.
Vandumjij - vendemmiatori.
Vandumjini - vendemmiatrici.
Cavagna - cesta di vimini.
Bèna - bigoncia.
Banot - bigoncino.
Pasctè l'ua - pestare l'uva con i piedi.
Masgnè l'ua - pigiare l'uva con la pigiatrice.
Machina par masgnè l'ua - la pigiatrice a barella è composta di due cilindri di ghisa e scannellati, roteanti in senso opposto e mantenuti in tensione da una molla. I cilindri sono sormontati da una tramoggia entro la quale si mettono le uve. I cilindri sono azionati a mano per mezzo di una manovella collegata ad un volano.
Trova - scivolo di legno con due sponde. Serve a convogliare le uve dal carro alla pigiatrice.
Pesa-musct - mostimetro-glucometro, misura la ricchezza zuccherina del mosto e la rapporta al grado alcoolico del futuro vino.
Il mostimetro si compone di un areometro in vetro, terminato in un rigonfiamento cilindrico, il quale porta sotto di sé un secondo rigonfiamento, più piccolo però, ripieno di pallini di piombo, che servono di zavorra, cioè a fare stare in equilibrio l'apparecchio nel mosto contenuto nella provetta. Entro il tubo sono segnate su tre carte di vario colore le scale che rapportano il grado zuccherino al grado alcoolico in modo approssimativo.
Vassel - botte per ritirare l'uva pigiata o il vino.
Brenta - recipiente da indossare a mò di zaino, serve per il trasporto di vino o uva pigiata. Misura per liquidi della capacità di 50 litri.
La brenta ha forma di gerla convessa all'esterno e piatta nella sezione che poggia sul dorso di chi la regge. Realizzata con doghe di legno forte come il castagno molto stagionato.
Le doghe sono incastrate una nell'altra e tenute unite mediante fascioni di ferro. La brenta è detta "da spalla" in quanto dotata di due bretelle, quasi sempre in cuoio, i cui capi sono fissati alla sommità ed alla base della parte piatta.
Segia müta
o dla cantina - secchia di legno, con una doga più lunga e sporgente verso l'alto in funzione di manico.
Serve per prendere il mosto dalla bigoncia e riempire la brenta.
Scagnun - grosso sgabello per vari usi di cantina.
Dè foo - prendere il mosto dalla bigoncia e versarlo nella brenta.
Ritirè l'ua - portare il mosto nella botte.
Scalot - robusta scala di legno molto larga, serve per salirvi con la brenta piena di uva pigiata da versare nel trimoggia applicato sopra la botte.
Puntalè 'l vassel - quando la botte è piena di uva pigiata, attraverso il portello superiore si inseriscono degli appositi legni, formando una specie di grata, allo scopo di comprimere le vinacce ed impedire loro di galleggiare sul mosto. Perché se le vinacce rimangono a contatto con l'aria inacetiscono.
Vinasci forti - vinacce che hanno preso lo spunto dell'aceto e non sono più buone.
'l vassel al buj - fermentazione in atto.
Carchè sut - durante la fermentazione le vinacce salgono in alto, allora bisogna comprimerle nel mosto con un tridente.
Dèghi sgiò - fermentando il mosto aumenta di volume. Per evitare che straripi dal portello superiore si leva una certa quantità di mosto dalla botte usando un apposito tazzone.
Cavè da sut e vasivè da sura - se nella botte c'è poco mosto in rapporto alle vinacce, fermentando si forma in alto un grosso cappello di vinacce che non è più possibile spingere in basso a bagno nel mosto. Allora si spillano brente di mosto dal portello inferiore della botte e le si versano nel portello superiore per bagnare ed abbassare il cappello di vinacce.
La fiuu - vino fiore.
Cavè la fiuu - svinare dopo la fermentazione.
Sgarfignun - tridente dai rebbi piegati a L. Serve per levare le vinacce dalla botte attraverso il portello inferiore.
Carghè 'l torc - riempire la gabbia cilindrica di legno destinata a contenere le vinacce.
zavrin - mastello di legno per uso di cantina.
Tirè 'l torc - 'nturcièe - torchiare.
Fè 'n caspi - torchiare le vinacce contenute nella gabbia del torchio.
Sctrensgi 'l torc - torchiare al massimo.
Vin dal caspi - vino che esce dal torchio.
Artajè 'l torc - levare le vinacce dal torchio per prepararle per una seconda spremitura.
Sfargulè i vinasci - sbriciolare le vinacce per una seconda spremitura.
Discarghè 'l torc - levare le vinacce destinate alla Distilleria.
Ritirè 'l vin - portare il vino uscito dal torchio nella botte.
Movi vin - travasare il vino da una botte all'altra.
Frèsciun - feccia, poltiglia che si forma in fondo al vino da quando il vino nuovo è messo nella botte.
Vinèt - vinello o secondo vino.
Puschi - vinello ricavato dalle vinacce torchiate.
Vinasciöj - vinacciuolo, granelletto sodo del seme, nei chicchi dell'uva.
Brüsè 'l vin - per conoscere il grado alcoolico del vino si usa l'Ebulliometro di Malligand.
Istrumento che determina la quantità dell'alcool che si contiene nel vino e nelle sostanze analoghe, basato sul punto della loro ebollizione.
Musctrin - bottiglietta di vetro che contiene il campione di vino da vendere.
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Un uomo spilla il vino fiore dal tino, un altro porta la brenta.
Salito sü scalot un terzo uomo versa il vino contenuto nella brenta nel tramoggia posato sul tino ed un quarto uomo versa il vino nel pidriot posto su un vaslot. |
Il vino era l'orgoglio dei nostri nonni e lo tenevano in grande considerazione.
Il vino era la principale fonte di ricchezza dei faresi e dava anche un notevole contributo alla alimentazione.
Le minestre erano arricchite con il vino.
Era abitudine dei vecchi versare un bicchiere di vino rosso nel piatto della minestra o del risotto oppure fare uno spuntino intingendo pane raffermo in una scodella di vino.
Il piatto più popolare, quasi quotidiano, per i contadini faresi era la Put, una polentina molle, soffice, che si mangiava al mattino, per colazione, in quasi tutte le famiglie.
La Put si mangiava calda con il latte freddo, oppure accompagnata con il Musct o per i più poveri Put e Vinèt.
La Put era così comune e diffusa in tutte le famiglie contadine che è diventata l'emblema di Fara, ed ha attribuito il nomignolo, nient'affatto offensivo, di Putlun ad ogni abitante di Fara.
Anche le Maschere del Carnevale Farese sono il Putlun con la Putluna che hanno generato un figlio chiamato Putlunin.
Put - Per fare la Put si deve usare farina bianca di granoturco. Mettere a bollire nel paiolo di rame (cudröö) due litri di acqua salata adeguatamente. Quando bolle l'acqua, versare a pioggia mezzo chilo di farina bianca di granoturco. Rimestare continuamente per 30 minuti con il bastone apposito per evitare che si formino i grumi detti gnoich. Bisogna rimestare lentamente, senza stancarsi finché si ottiene una Put densa, soffice, profumata e piena di sapore. Il bastone apposito per rimestare la Put, verso la punta, lo si divideva in tre parti per il senso della lunghezza, formando una forcella allargata, formata da tre braccia di circa 10 cm. Questa specie di piramide rovesciata serviva a rimescolare meglio la farina. In inverno la Put la mangiavano con una marmellata di uva fragola (Put e Musct). Nelle altre stagioni la Put calda la mangiavano con il latte appena munto (Put e Lac). Musct - Il Musct era una marmellata fatta con uva fragola (ua miricana). Quando era ben matura e molto profumata, vendemmiavano l'uva fragola per fare la marmellata. A casa, i grappoli venivano sgranati acino per acino. Gli acini venivano pigiati e passati al setaccio per separare il mosto dalle bucce e dai vinaccioli. Il mosto lo si metteva a bollire sul fuoco in un grande calderone di rame (cudera). Dopo 4-5 ore che bolliva, al mosto si univano fichi, pere acerbe e tanti pezzi di zucca gialla (sciüca muntagnina) ed un poco di zucchero, sempre troppo poco. Si lasciava cuocere ancora qualche ora e poi la marmellata era pronta. Il Musct rimaneva sempre acido (brüsch). I poveri che non avevano il Musct e neanche il latte, mangiavano la Put con il Vinello (Put e Vinèt). Oltre alla Put e Vinèt un altro tipo di colazione dei lavoratori meno abbienti era il Bujèt. Bujèt - Si metteva a bollire in un pentolino (caldarin) una fetta di pane di meliga raffermo, sbriciolata fine fine, unita ad un cucchiaio di zucchero ed a due bicchieri di vinello (vinèt).
In estate al mattino si mangiava anche Lac e Vin.
Lac e vin - In una scodella di latte fresco si versava lentamente un filo di vino, rimescolando continuamente, finché il latte diventava di un bel colore violetto, si univa abbondante pane sminuzzato e lo si mangiava bel fresco.
Il piatto tradizionale da consumare in campagna durante la vendemmia era composto da: "i tartüfli vandumjini o tam tam":
Tam-Tam - In quasi tutte le case c'era una vecchia nonna (granda) o una vecchia zia (vamia) che in autunno, in mezzo al cortile, faceva bollire un pentolone di patate, non delle migliori, per il maiale.
Quando le patate erano cotte, la donna le versava in una vecchia cesta posta nel cortile, affinché l'acqua di cottura colasse.
Quando si dissolveva la nube di fumo e vapore la cesta si presentava colma di patate fumanti.
Per i bambini del cortile era una festa accorrere, scottarsi le mani per sbucciare in fretta una patatina bollente e poterla mangiare subito.
Ora le patate fatte bollire per il maiale diventavano buone anche per i cristiani.
La massaia portava uno sgabello e si sedeva vicino alla cesta colma di patate calde.
Riempiva il colapasta (sgulun) di patate sbucciate buttando le bucce sulla schiena delle galline che beccavano lì attorno con bramosia.
In casa, in una padella larga e bassa appesa alla catena del camino (pela 'd fèer) faceva imbiondire nello strutto qualche cipolla tagliata a fette e univa dei pomidoro ben maturi.
A metà cottura univa le patate bollite, tagliate grossolanamente.
Per amalgamare meglio le patate con le cipolle ed il condimento, la massaia, tenendo con una mano il manico della padella, le sminuzzava continuamente con una paletta di ferro, la quale battendo sul fondo della padella di ferro, faceva quel caratteristico rumore: tam, tam, tam che denunciava anche all'esterno della cucina il piatto caratteristico che stava cuocendo sul fuoco del camino.
Durante la vendemmia, queste patate cotte, belle gialle, mangiarle calde con una grossa salacca ben fritta erano una bontà.
Altra pietanza preparata per la vendemmia erano i pesci conservati sotto sale.
I pès salaai ajnà - Verso la metà di settembre gli uomini andavano in bicicletta al mercato del pesce di Vercelli a comperare una cavagna di piccole carpe, cavedani e tinche.
I pesci abbondavano perché in quel periodo levavano l'acqua dalle risaie e i risaioli catturavano tutti i pesci che avevano allevato nelle risaie stesse e li portavano al mercato di Vercelli.
Tornati a casa pulivano i pesci e li allargavano su una tovaglia ad asciugare.
Poi ritiravano le carpe ed i cavedani in una olla facendo uno strato di sale grosso ed uno di pesci, aggiungendo spicchi d'aglio e foglie d'alloro.
Durante la vendemmia, alla sera, le donne mettevano i pesci salati a bagno nell'acqua, al mattino dopo li friggevano per portarli in campagna come pietanza.
Le tinche piccole le conservavano in carpione sotto aceto.
Tencajöj um brüsch - piccole tinche in carpione.
Carpèti - piccole carpe.
Capsal - cavedani.
Frees d'ai - spicchi d'aglio.
Lauru - alloro.
Dopo la vendemmia, quando l'uva Bonarda era un poco appassita, le donne che andavano al forno comunale, con le altre pagnotte ne facevano una farcita con l'uva Bonarda.
Pianciulun - pagnotta farcita con la Bonarda.
Risultava sempre acida (brüsca) e poco cotta.
Cuocendo nel forno il succo dell'uva usciva a piccoli rivoli dalla forma del pane segnandola con delle striature scure.
La mica l'eva tüta rusgiulà.
Durante la cottura dava l'impressione che continuasse a piangere sporcandosi di nero, forse da questo fatto ha preso il nome di pianciulun.
Di un bambino che piange e si sfrega gli occhi con le mani sporche di terra si dice che: gh'à 'l musctasc negru cumi 'm pianciulun.
Il vino era la principale fonte di ricchezza per gli agricoltori di Fara.
Generalmente erano i forestieri che venivano a Fara a comperare il vino.
Pochi faresi si recavano con il carro a portare il vino ai compratori forestieri.
I mediatori facevano da tramite fra gli agricoltori che vendevano ed i privati, osti o commercianti, che comperavano.
Il vino veniva misurato e caricato dal Brentatore Comunale, il quale usava le brente bollate fornite dall'Amministrazione Comunale.
Ricordiamo anche che fino alla fine del 1800 parecchi viticoltori faresi, nei giorni di festa, andavano nei paesi della bassa e nelle Cascine a vendere il vino.
Da documenti e memorie vecchie apprendiamo che il mezzo di trasporto più usato per portare questo vino era l'asino con la soma, chiamato: buricco con cavagnole.
L'agricoltore caricava sulla schiena dell'asino due appositi cestoni (cavagnoli).
In questi cestoni metteva due botticelle di forma ovale piene di vino e si incamminava a piedi fin dove si fermava a vendere il vino, a litri o a fiaschi, alla gente del posto.
Il sistema era così diffuso, non solo a Fara, che quando si doveva pagare la gabella, non si conteggiavano tanti litri ma bensì: un buricco di vino, cioè era quasi standardizzata la quantità di vino che poteva portare un asino nelle due botticelle ovali.
Io conservo ancora una di queste botticelle.
Sansal - sensale, mediatore di professione in contratti tra venditore e compratore
Bulingat - compratore forestiero che veniva a Fara a comperare uva, vino o altri prodotti agricoli
Brantaduu - Brentatore Comunale.
I Bandi Campestri e Politici pel Borgo e Territorio di Fara, approvati il 13 ottobre 1825, al Capo Decimo disciplinano l'esercizio del Brentatore.
L'Articolo 2