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CASTELLI E FEUDATARI
A Fara Novarese
Indice
Le carte più antiche alludono sempre ad un unico Castrum.
Solo nell'anno 1450 si parla in modo generico di due Castelli.
Uno viene denominato Castrum Vetus sive inferior: Castello disotto o Castello d'abasso.
L'altro è detto Castrum Novum sive superior: Castello di sopra.
La distinzione è riferita alla posizione geografica di essi.
Il colle di sotto o d'abasso (inferiore) é quello a sud verso Briona e il colle di sopra (superiore) é quello a nord verso il Cimitero.
Risulta comprensibile dai nomi dei Castelli: Castrum Vetus e poi Castrum Novum che anticamente vi era un solo Castello chiamato poi Castrum Vetus e posto sul colle verso Briona.
Oggi è ancora indicato come Castellone.
Non sappiamo in quali anni e da quali potenti famiglie siano stati costruiti ed abitati i due Castelli.
Non sappiamo quando è stato edificato il Castello nuovo ma non c'è dubbio che non è stato fatto in contrapposizione al Castello vecchio ma forse come edificio in dipendenza o alternativo al Castello vecchio, anche per l'assoluta mancanza di fortificazioni contrapposte e per le medesime vie di accesso ai due Castelli.
Il Torrione che si trovava all'inizio della via San Giuseppe poteva essere stato la torre d'avamposto ed una delle porte fortificate che permettevano di
entrare nelle mura dei due Castelli.
"Il Torrione se devesi giudicare dalla larghezza , e dallo spessore di sue muraglie, si può dedurre la conseguenza che egli è il più antico monumento ed il più vecchio edificio di questo paese ". Il Torrione è stato ristrutturato nel 1811 dal proprietario Sig. Consigliere e Regio Procuratore Generale presso la Cassazione Avvocato Giovanni Gaudenzo Borsotti " in modo che più nulla si vede dell'antico " come scrisse il Porzio Giovanolo.
Del Torrione sappiamo come era fatto solo il piano terreno, il resto era stato modificato e ridotto a casa di abitazione nel 1811.
Il fronte verso il piazzale San Giuseppe misurava m. 8,70.
Il fronte verso via San Giuseppe misurava m. 6,20.
Il pavimento si trovava a circa due metri al disotto dell'odierno livello della strada.
I muri non avevano fondamenta profonde ma erano posati su di un piano formato da grossi blocchi squadrati di serizzo.
Il piano terreno era un salone unico.
Due archi di mattoni verso il piazzale e due archi verso il cortile sostenevano due volte che formavano il soffitto.
Dal pilastro centrale di congiunzione dei due archi partiva un altro arco lungo circa 6 m. che univa i due archi verso il piazzale con i due archi verso il cortile.
Tutto quello che restava del Torrione è stato demolito nel 1958.
Piantato nel pavimento è stato trovato un paracarro di granito con inciso una S e una T che sono stati interpretati come " Strada Tornielli".
Ad entrambi i Castelli si accede sia dalla Contrada La Pelosa, oggi via IV Martiri, sia dalla Ruga de Mez, ora via Cavour.
Le due Contrade si congiungono in uno slargo chiamato La Carale, ora intitolato a Don Luigi Guanella.
Nello slargo si aprono gli accessi al Castello di sopra, ora Casa di Cura I Cedri: la Scalinata che porta al giardino e la strada che porta sulla sommità della
collina, dove si trova l'entrata della Casa di Cura.
A metà circa della via IV Martiri si snoda la strada che prende il nome dalla Chiesetta di San Giuseppe, fatta erigere nel 1728 dal novarese Domenico Prina su terreno proprio e munita di torretta con campana nel 1796.
La strada di San Giuseppe prosegue per Sottoronchi delle Vignette verso Briona.
Dalla strada Sottoronchi si snoda la comoda rampa ad acciotolato che porta all'entrata del Castello di sotto o Castellone.
Altezze sul livello del mare:
La Piazza metri 211
Castrum Vetus metri 238
Castrum Novum metri 247
Cimitero metri 248
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Nei burrascosi secoli delle interminabili guerre tra Novara e Vercelli anche Fara come un pò tutta la nostra zona, si trovava di continuo palleggiata tra i potenti conti di Biandrate e il giovane comune di Novara che per motivazioni diverse, sia di storia che di geografia, entrambi adducevano diritti su tutta l'ampia area lungo il fiume Sesia di collegamento con la Valsesia.
La prima notizia dell'esistenza di un di un Castello a Fara ce la fà conoscere lo storico Ottone di Frisinga Vescovo e zio del Barbarossa.
Il conte Guido di Biandrate, feudatario anche di Fara, era riuscito farsi grande amico del comune di Milano, così da porre sotto la protezione dei Milanesi un pò tutto il Novarese, eccetto la città di Novara.
Così quando nel 1154 Federico Barbarossa giungeva in Lombardia, anche il castello di Fara per la politica in pratica dipendeva da Milano, come quelli di Momo, di Mosezzo, e di Trecate, oltre che quello di Galliate, che era proprietà dell'arcivescovo di Milano quindi praticamente in possesso del comune di Milano e perciò automaticamente nemico di Novara.
Alla dieta di Wurzburg al medesimo conte Guido di Biandrate il Barbarossa concedeva diploma di conferma di tutti i suoi domini, comprese Fara, Briona e Camodeia (Castellazzo Novarese), che, essendo nel vescovato di Novara, dovevano essere in possesso del comune di Novara.
Infatti nel 1156 i Novaresi e i Pavesi in guerra contro i Milanesi occupavano Morghengo, Momo, Mosezzo e Fara, mentre il 21 febbraio 1156 il contedi Biandrate otteneva dal Barbarossa, ritiratosi in Germania, un altro diploma di conferma dei suoi feudi, compreso quello di Fara.
Quando poi le milizie della Lega Lombarda nel 1168 sconfiggevano e distruggevano il castello di Biandrate per liberarvi gli ostaggi portativi da Federico Barbarossa in rotta, non è dato sapere se anche il castello di Fara sia stato distrutto.
Comunque Fara passava nelle mani dei Novaresi che il 28 dicembre 1167 avevano aderito alla Lega Lombarda.
Nonostante che le città di Novara e di Vercelli nell'abbattere Biandrate si erano trovate alleate, ben presto riprendevano la loro accanita rivalità, della quale i conti di Biandrate ben seppero servirsi, destreggiandosi abilmente tra le due rivali.
Federco I di Hoenstaufen soprannominato Barbarossa, figlio del Duca di Svevia, nel 1154 scese in Italia con un possente esercito ed assediò Brescia, Crema, Milano, Piacenza, smantellandole una dopo l'altra e rendendosi Signore dell'Italia settentrionale.
Nel 1174 scese per la terza volta in Italia ma il 29 maggio 1176 fu sconfitto a Legnano dalla Lega Lombarda.
Si fece crociato, andò in Palestina, e nel 1190 annegò durante un bagno nel Cidano, fiume della Cilicia.
Concentriamo l'attenzione sul Castrum Vetus del quale non si ha notizia, nè della sua prima erezione, nè del suo primo costruttore ed abitatore.
E ben poco sappiamo anche degli sviluppi ulteriori.
Della sua antichità non si ha dubbio.
Potrebbe esser stato elevato dalla casata dei Tornielli che, sia pure attravarso vicende varie ed alterne, lo abiteranno un pò sempre.
Quindi lo si può pensare voluto dal comune di Novara come forte destinato a controllare i potenti conti di Biandrate.
Già nel 1156, durante la guerra del Barbarossa, i Milanesi comandati dal Cazzaguerra lo occuparono insieme con i castelli di Sozzago, Morghengo, Momo e Mosezzo.
La prima notizia scritta risale al 1251, quando se ne parla in una pergamena delle carte dei Biandrate. Il 3 febbraio 1251, gli uomini di Fara fanno promessa di vendere al conte Uberto di Biandrate le case ivi deputate per farvi un Castello, esatto quel prezzo che verrà stabilito da Giacomo de Alaria, arbitro eletto.
Rogato: Giacomo del fu Vellato, Notaio del Palazzo (B.S.P.N. n 1 - 1974 pg. 28).
Un'altra pergamena dice che il 10 febbraio 1251, gli uomini di Fara vendettero il Castello al conte Uberto di Biandrate e non più le case per costruirne un altro (2).
Dopo poco tempo il Castello e Fara passarono a Obizzone di Cavagliano.
Il 15 maggio 1258, con atto rogato da Lanfranco di Gandulfo, Obizzone di Cavagliano vende Fara per lire 1605 a Guglielmo e Guidone fu Guido di Biandrate.
Il primo episodio di guerra è quello della cavalcata dei Novaresi o dei Rotondi o Tornielli contro gli ignoti occupanti del Castello avvenuta nel 1275, di cui si ha notizia dagli Statuti di Novara (3).
Mancano i particolari, ma si sà che nel corso delle interminabili lotte interne di Novara tra le diverse fazioni nobiliari cittadine che, or più or meno, divamparono dal 1275 al 1320 con guerriglie, scaramuccie, eccidi, guasti e rappresaglie a non finire, il Castello di Fara era caduto in mano ad avversari, dei Rotondi che facevano capo ai Tornielli.
Gli Statuti di Novara si limitano a denominare "malefactores" cioè malviventi o malfattori, coloro che al momento occupavano il Castello.
Comunque erano nemici della fazione Ghibellina, che quì nel Novarese si faceva chiamare dei Rotondi, facenti capo ai Tornielli.
I Rotondi o Tornielli o Ghibellini, erano implacabili avversari della fazione dei Sanguigni, Guelfi, capitanati dall'altra casata novarese dei Brusati.
Aiutati talora dai potenti conti di Biandrate, i Sanguigni o Brusati avevano la loro roccaforte a Ghemme, donde a quanto si sà, furono snidati dai Rotondi o Tornielli, che risultarono più agguerriti e vittoriosi.
I "malefactores " asseragliati e sgominati nel Castello di Fara potevano essere fautori dei Sanguigni o Brusati.
Comunque dovevano essere degli sbandati.
Chiunque costoro fossero è probabile che campassero taglieggiando e angariando le inermi popolazioni di questi luoghi, e in particolare i Faresi.
Le malversazioni dei "malefactores" finirono solo quando guidati dai Rotondi, Ghibellini o Tornielli, i militi Novaresi a cavallo giunsero quì ad assediare il Castello e li catturarono, traendoli prigionieri al castello di Novara.
Il Podestà Ghibellino di Novara conte Enrico di Lomello, come leggiamo negli Statuti, diede ordine che i "malefactores..... carcerati capti Fare, non dimittantur per totam guerram", e che si dessero "libris 25 que sunt ordinate cavalcatoribus quì obsederunt malefactores quì capti fuerunt ad castrum Fare".
Si dispose che fossero pagati i "milites" che cavalcarono sino a Fara., quando furono catturati dei malfattori nel Castello.
La spedizione, l'assedio e il trasporto dei prigionieri erano costati 25 lire.
Poi si stabilì che i carcerati catturati a Fara non fossero rilasciati sino al termine della guerra, ma il Podestà avrebbe potuto punirli nella persona, secondo quanto disponevano le leggi (4).
Nel 1328 Calcino Tornielli di Novara ha ristrutturato il Castello, munendolo anche di una torre di vedetta.
In quegli anni a Novara dominavano i Ghibellini della fazione di Loterio Tornielli Rho di Lozzolo.
Nel corso del 1300 la civiltà comunale novarese fu travolta dall'espansionismo del Comune di Milano dominato dai Visconti.
Soprattutto Giovanni Visconti, vescovo e signore del Novarese e suo nipote Galeazzo II dopo essersi impadroniti del nostro territorio decisero di organizzarlo inmodo diverso.
Attorno al 1360 il territorio controllato da Novara fu diviso da Galeazzo II in quattro circoscrizioni minori rurali, chiamate Squadre: Squadra Inferiore, Squadra della Sesia che comprendeva Fara con i Castelli, Squadra dell'Agogna e Squadra del Ticino.
Gli anni 1356 e 1357 furono i più tragici della guerra tra Giovanni II marchese di Monferrato e Galeazzo II Visconti.
Al soldo del Marchese di Monferrato vi era un'accozzaglia di masnadieri tedeschi e inglesi, detta la Compagnia Bianca formata da duecento armigeri e capitanata da Alberto Sterz, la quale seminò sterminio e lutti nelle nostre contrade.
Il Visconti, che lottava disperatamente per non perdere il possesso della Lombardia, ben presto veniva a trovarsi in seria difficoltà, sia a causa delle sue forze inferiori, sia perchè le popolazioni Guelfe gli erano ostili.
Persino Novara e tutto il suo distretto erano caduti nelle mani di Giovanni II Marchese di Monferrato.
Galeazzo II Visconti, per sconfiggere i soldati della Compagnia Bianca, ordinò al Comandante Bertolotto Confalonieri, piacentino, di conquistare e distruggere i castelli che erano stati presi dai soldati della Compagnia Bianca capitanata da Alberto Sterz ed al soldo di Giovanni II Marchese di Monferrato.
Si era nell'anno 1356.
Anche la terra di Fara, del distretto di Novara e quindi Ghibellina, dovette dolorosamente subire la devastazione dell'incendio, appiccato dai guerriglieri dell'ufficiale Bertolotto Confalonieri piacentino che, annota l'Azario, "laceravit et vituperavit universa loca", distrusse e vituperò tutti i paesi. La raccapricciante elencazione delle terre devastate ci viene appunto fornita dal cronista Pietro Azario nella sua opera "Liber gestorum in Lombardia".
Per Fara l'Azario si limita ad elencarla tra i castelli "robati et combusti", mentre invece descrive la distruzione di Sizzano(5).
Gli armati della famigerata "Compagnia Bianca" entrarono nel distretto di Novara in numero di duemila e oltre rubando tutti i beni che restavano delle terre di tale distretto ed usurpando tutte le terre non ancora distrutte, vituperando le donne, e imponendo somme di riscatto per gli uomini fatti prigionieri, che tenevano chiusi in carcere, e uccidevano nei fossati quelli che non versavano subito la moneta imposta per il riscatto.
Ne furono infatti trucidati un migliaio e soprattutto nella terra di Sizzano, nella quale erano entrati per prima, essendo indifesa a causa della pestilenza.
Stuprarono le mogli e le figlie ancora vergini alla presenza dei padri ".
Nel 1358 fu saccheggiato ed incendiato anche Barengo.
Che cosa precisamente sia accaduto quando gli uomini di Galeazzo II Visconti comandati dal Confalonieri incendiarono Fara non è dato sapere nei particolari, così come non si sà se gli incendi distruttivi fossero estesi oltre che alle fortificazioni anche agli abitati e alle derrate.
Certo è che le derrate venivano regolarmente saccheggiate.
Il comandante Confalonieri poi avrà operato a Fara come negli altri paesi ove, racconta sempre l'Azario, pretendeva di essere ripagato di venti soldi di salario al giorno per il lavoro che compiva,e costringeva i terrieri a collaborare quali "laborantes",cioè lavoratori nelle operazioni di distruzione delle loro stesse case.
Nei primi mesi del 1364 anche la fortificazione di Carpignano fu smantellata dall'ufficiale di Galeazzo II Visconti, Bertolotto Confalonieri di Piacenza, che, giunto a Carpignano, obbligò la Comunità a pagargli una lira al giorno per le spese di trasferta e costrinse gli abitanti a spianare le strutture difensive.
Il territorio era stato devastato dai militari, a ciò si aggiunse nell'estate del 1364, il flagello delle cavallette: "erano così tante che offuscavano il sole e ricoprivano la faccia della terra.
Dove passavano non lasciavano più nulla..... Erano Locuste di color verde, con la testa grossa ed un collo più grosso, volavano quanto volevano così che si vedevano pochi uccelli nell'aria.
Restarono sul territorio sino ad ottobre emangiarono i cereali e le altre piante" (6).
Nel mese di marzo dell'anno 1449 il Duca Ludovico di Savoia ordinò alle sue truppe savoiarde (francesi), comandate da Giovanni Compeys de Torrens detto il Compesio, di passare il fiume Sesia ed occupare le terre del Novarese.
Dopo un fallito assedio della città di Novara combattuto la notte del 20 marzo 1449, gli uomini di Giovanni Compeys, inferociti per lo smacco subito, invadevano la zona a nord di Novara, sulla sponda sinistra della Sesia, ovunque seminavano strage e distruzione.
Atterriti da tanta ferocia i paesi di Fara, Briona, Carpignano, Sizzano e Ghemme si arresero ai Savoiardi che senza combattere occuparono Romagnano e riuscirono a cacciare verso Borgomanero gli eserciti Sforzeschi. Poco dopo il condottiero di Bergamo Bartolomeo Colleoni sconfisse i Savoiardi a Romagnano il 1 aprile 1449.
Il comandante Giovanni Compeys fu preso prigioniero, ma i resti dell'esercito Savoiardo, comandati da Tonino Paltroni, continuarono la guerra spargendo il terrore fra le popolazioni del Novarese.
Il 23 aprile 1449, nella battaglia della Siesa di Borgomanero, il Colleoni sconfisse le truppe del Duca Ludovico di Savoia e liberò le terre del Sesia, compresa Fara con i suoi Castelli.
Un documento del 1366 ci fa sapere che nel Castello di Fara abitava Luchino dei Conti di Biandrate, canonico del Capitolo di San Colombano di Biandrate.
Si deduce che in quegli anni il Castello appartenesse ai Conti di Biandrate.
In data 21 marzo 1366 (A.C.V., Acta Capitularia, n. 3, f 110 e s.) il Vicario Generale della Diocesi di Vercelli, Ludovico de Castellengo, si pronuncia sul caso propostogli riguardante il presunto canonico Luchino dei Conti di Biandrate, che, da venti anni possedeva un Beneficio nella Canonica di Biandrate, senza avervi mai fatto residenza.
Il Prevosto Ruffino de Arborio, congiuntamente ai canonici regolari ed al Capitolo di San Colombano di Biandrate, sosteneva che Luchino doveva risiedere nel Convento di San Colombano e non fuori "extra septa monasterii".
Ma Antonio de Alice, procuratore di Luchino, contrapponeva che Luchino dei Conti di Biandrate non superava l'età di ventiquattro anni, e che da circa venti anni aveva sempre indossato l'abito da laico, e che da venti anni in quà aveva abitato nel Castello di Fara, a Carpignano ed altrove.
Quindi non aveva mai abitato nel Convento di San Colombano di Biandrate e non era obbligato a farlo e se avesse voluto era anche libero di sposarsi.
E tale fu la sentenza definitiva.
La quale sentenza non entrò nel merito del canonicato e del Beneficio che Luchino dei Conti di Biandrate aveva ottenuto e possedeva da quando aveva quattro anni (7).
Nel 1395, quando Gian Galeazzo fu creato Duca di Milano, comprò dall'Imperatore Venceslavo il territorio Novarese.
Fara e la stessa città di Novara diventarono parte indissolubile del Ducato di Milano.
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Il 5 luglio 1450, dopo che lo Sforza era diventato Duca di Milano, il Referendario di Novara compilò una breve relazione da inviare al Principe, in cui si descrivevano alcuni elementi utili alla conoscenza del paese.
"Fara ha due Castelli e conta cinquanta fuochi; risponde alla città e al podestà di Novara per ciò che concerne l'amministrazione della giustizia.
Paga solo 12 lire di dazi del pane, vino, carni e traverso, mentre è obbligata per 150 bottali di imbottato" (8).
Appare in questo documento la prima indicazione dell'esistenza di due Castelli: il Castrum inferiore o Castrum Vetus ed il Castrum Superiore o Castrum Novum.
Nel 1451 il Duca Francesco Sforza concede a Giovanni Pestamigli le entrate di Fara e lo autorizza a fortificare i due Castelli sulla collina.
Il 28 novembre 1463 il Duca di Milano Francesco Sforza investe Francesco Attendolo nel feudo di Fara e successivamente Donato Borri il 22 gennaio 1469.
Il 26 novembre 1477 il feudo di Fara è stato confiscato ad Antonio Borri figlio di Donato, perchè si era ribellato e poi il feudo è stato concesso a Gio Giacomo Trivulzio.
Fara era compresa fra le terre della squadra del Sesia.
Aveva due Castelli ed aveva cinquanta focolai tassati.
Per il dazio del pane,vino, carni e traverso pagava dodici libre ed inoltre aveva l'onere dell'imbottato espresso in quaranta bottali (B.S.P.N. n 1 - 1982 pg. 128).
Gian Giacomo Tivulzio (1448-1518) parteggiò sempre per i francesi.
Durante l'assedio di Novara dal 19 luglio al 10 ottobre 1495 sostenuto dall'esercito del Duca di Milano Ludovico Sforza composto da Lombardi e Veneziani, Gian Giacomo Trivulzio era con l'esercito del Re di Francia Carlo VIII.
Nella città di Novara resistevano i francesi al comando del Duca Luigi d' Orléans.
Durante questo assedio di Novara, furono saccheggiati e incendiati molti paesi del novarese edel vercellese da parte dei soldati Lombardi e Veneziani al comando di Francesco Gonzaga Duca di Mantova.
Sul B.S.P.N. n 1 - 1999 a pg. 225, leggiamo la descrizione di un episodio di guerra che riguarda davicino anche Fara.
"Il 27 luglio 1495 furono portate in campo da Milano 15 batterie, le quali avevano pezzi cui servivano palle da 40 libbre, ciò per espugnare la cittadella di Briona, che si era ribellata poco tempo prima.
Dal Prefetto dell'esercito fu mandato ad assediarla Francesco Grassi, con 500 fanti e 100 cavalieri comandati da Taliano.
Il giorno seguente accettò la dedizione degli abitanti di Briona: ciò accadde comunque non prima che avesse disposto l'artiglieria contro le mura di Briona".
I 500 fanti ed i 100 cavalieri con tutta probabilita si erano fermati a Fara in attesa di essere mandati a Briona se fosse stato necessario combattere.
" Il 16 agosto 1495, i piccoli borghi intorno a Novara furono saccheggiati e poi completamente dati alle fiamme.
In quello stesso giorno i Francesi si affrontarono in un rapido scontro con i Veneziani, vi morirono circa 200 Veneziani e Luigi Lancia fu ucciso da un colpo d'artiglieria ".
L'assedio di Novara è terminato il 10 ottobre 1495.
Nei giorni precedenti il Duca di Milano Ludovico Sforza si era accordato con il Re di Francia Carlo VIII.
Fra gli accordi: Gian Giacomo Trivulzio doveva essere reintegrato nelle sue proprietà.
Il 10 ottobre 1495 Galeazzo Sanseverino entrò in Novara e insediò un nuovo presidio nella Rocca.
Novara e il suo territorio ritornarono sotto il Ducato di Milano.
I Sanseverino appartenevano ad una famiglia di condottieri di ventura legata a Francesco Sforza Duca di Milano.
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Il primo documento che ricordi in modo specifico il Castello inferiore risale al 8 luglio 1474 ed è in rapporto alla Cappella castrense di San Giovanni Battista, di cui in quel momento erano ancora "patroni ed advocati" alcune persone della antica famiglia dei da Fara, i vassalli ecclesiastici del XII secolo.
Infatti quel giorno si ritrovarono a Novara, in casa di Nicolino da Fara, posta nella parrocchia di San Giulio, quattro rappresentanti del casato, i quali agivano anche a nome di altri tre congiunti, e dichiararono che a loro spettava la nomina del cappellano della Chiesa castrense di San Giovanni Battista, carica vacante per la morte di prete Damiano dei Languidi.
Elessero pertanto Antonio, il figlio di uno di loro, chiamato Olrigino che da poco tempo era divenuto prete e pregarono il canonico Damiano Capra di presentarlo al Vescovo (9).
Da una carta del 1478 sappiamo che nello stesso Castello esisteva una casa con portico in cui aveva abitato Giovanni Pistamiglio: in essa agiva in quel momento per concludere affari economici, Franceschina Caccia da Mandello (10).
Il 7 maggio 1499 compare la prima testimonianza del Castello superiore: il documento permette di avere qualche informazione sulla struttura fortificata, giacche contiene una divisione di beni ereditari effettuata tra i due figli di Giacomo Cattaneo da Momo, Nicolino e Domenico.
Poichè Nicolino si era impegnato a dare una dote di 1.200 lire a sua figlia Anna ed era intenzionato a pagarla con cessione di terre, i due fratelli decisero di dividere il patrimonio costituito da beni a Castelletto di Momo, Pernate, Olengo e Fara.
In questa ultima località a Domenico toccò una casa in muratura, posta tra le due porte del Castello superiore di Fara, confinante con la strada centrale della fortezza e con proprietà di Gaspare Tettoni (11).
Anche Nicolino ebbe un edificio di abitazione nel medesimo Castello, presso la porta superiore, coerente con immobili di Nicolino Tettoni e con il fossato della fortezza.
Lassù la fortificazione era circondata da filari di viti e da orti, come suggerisce la descrizione di un terreno toccato a Domenico:
"Quattro filagni di viti e un orto presso il Castello di sopra, che confinano con la fossa e con beni degli eredi di Giorgio Tettoni".
E sotto la costa si innalzavano edifici con la colombaia, uno dei quali apparteneva allo stesso Cattaneo, mentre gli altri erano di Nicolino Tettoni.
Giù in pianura, "prope rugiam" (la Mora), si stendeva Fara in cui era ubicato un mulino, mentre ad occidente, presso il Sesia,il "guado del bastardo" poneva in comunicazione il territorio con l'alta pianura vercellese.
Fara aveva subito da non molti anni un tragico incendio, che fu descritto in una lettera del 1452 al Podestà di Novara Giacomo Scrovegni.
A scriverla fu il commissario degli alloggi militari di Francesco Sforza, Battista di Borgo San Sepolcro, allora Podestà di Oleggio, che si era subito recato a Fara per rendersi conto della situazione e dell'entità della disgrazia.
Il funzionario sforzesco chiese al Podestà di Novara Giacomo Scrovegni che si venisse incontro alle necessità degli abitanti, i quali avrebbero dovuto ricostruire il paese, e che pertanto la comunità fosse esentata almeno per un anno da ogni tassazione.
Non dimentichiamo che Fara era già stata incendiata nel 1356 dai soldati di Bertolotto Confalonieri, che combattevano per conto di Galeazzo II Visconti di Milano contro Giovanni II Marchese di Monferrato.
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Nel 1535 con la perdita di indipendenza del Ducato di Milano, Novara e la sua terra passarono agli Asburgo di Spagna.
Di tale periodo resta traccia nel dipinto del cavaliere spagnolo con Toson d'oro nella sala d'ingresso del Castellone.
Nel 1538 il Pontefice Paolo III Farnese versò all'Imperatore Carlo V, la somma di 225.000 scudi d'oro e volle come ipoteca e garanzia della restituzione e del pagamento degli interessi la cessione di Novara e del suo piccolo territorio, che venne eretto in marchesato e affidato in feudo al figlio di Papa Paolo III Farnese, Pier Luigi.
Si creava uno stato quasi indipendente sotto il controllo militare degli spagnoli che occupavano il castello di Novara.
Fara fece parte del Marchesato di Novara e spettò ai Duchi di Parma Marchesi di Novara.
Sotto casa Farnese il primo feudatario di Fara è stato il patrizio novarese Gerolamo Brusati.
Alla sua morte, non avendo figli eredi, il feudo ritornò ai Farnese.
Gli stretti legami politici esistenti tra Ottavio Farnese, Capitano al servizio di Filippo II di Spagna, ed il conte Filippo Tornielli, feudatario di Briona e Generale degli eserciti spagnoli, facilitarono la cessione di Fara al conte Filippo Tornielli.
La tradizione popolare vuole che il Castello di Briona ed il Castellone di Fara, distanti circa 2 Km. siano collegati da una galleria sotterranea il cui ingresso nel Castellone si trova ancora oggi sotto la pianta di magnolia nel cortile.
Nel 1558 è confermata l'infeudazione di Novara a favore dei Farnese.
Per tutta la seconda metà del cinquecento Novara e il suo territorio, pur facendo parte dello Stato di Milano, sono sottoposte alla giurisdizione esercitata da ufficiali nominati e inviati dal Farnese (B.S.P.N. - 1- 1999 pg. 299).
Il 27 giugno 1546 a Piacenza il duca Ottavio Farnese, dopo aver affermato che la terra di Fara era "valde propinquam castro tuo Brione" ordinò che fosse separata dalla giurisdizione del Podestà di Novara e fosse concessa in "feudo nobile e gentile" al conte Filippo Tornielli, con ogni diritto giurisdizionale (in pratica l'amministrazione della giustizia), ma senza i proventi fiscali, ed inoltre con i mulini le fornaci ed i corsi d'acqua.
Dei Castelli non si faceva alcun esplicito riferimento e pertanto non rientrarono nella concessione (12).
I proventi fiscali, non menzionati nell'investitura del conte Filippo Tornielli, cioè i dazi e l'imbottato (imposta sulla fabbricazione del vino) appartenevano già da alcuni decenni, almeno per una quota, alla famiglia Tornielli, giacchè erano stati comperati nel 1509 e nel 1530 da privati possessori, che i documenti non nominano, ma che erano probabilmente i Casella, proprietari anche di una parte del Castello inferiore o Castellone. Infatti nel 1561 morì senza eredi diretti il cavaliere di Rodi o Gerosolimitano Francesco Casella, a cui spettava, a detta della Camera Ducale di Milano, la metà del feudo dell'imbottato.
Il 23 luglio 1561 uno dei Magistrati della Camera Ducale di Milano ordinò al notaio Facio Gallarano di recarsi a Fara per sequestrare laparte di dazi e di imbottato di competenza camerale.
Tra le istruzioni ricevute il notaio Gallarano notò che il figlio del conte Filippo Tornielli, Manfredo, vantava il possesso dell'intero provento fiscale, affermando che alla morte di suo padre, il Duca Ottavio arnese lo aveva esplicitamente inserito nel documento di reinvestitura (13).
Tre giorni dopo nonostante le proteste di Manfredo Tornielli, il notaio Gallarano prese possesso di Fara ed interrogò i testimoni.
Il più informato fu Agostino Porzio, che raccontò come era in effetti la questione.
"Il Casela possedeva la metà di questo loco et suo feudo et l'altra metà era de Flippo Tornielo, ma li Homeni erano indivisi, nè si sapeva particularmente li Homeni de chi fussero.
Detto Casela scodeva lire 40, che era la metà annua del reddito pagato dalla terra per il feudo dell'imbottato.
I dazi compresa l'hostaria, li tiene il conte Tornielli, che li affitta e non so quanto".
Su questo punto fu interrogato l'oste, Agabio Manino: "Per dazio de prestino, beccaria et hostaria pago l'anno lire 115 et l'ho affittato solo da Manfredo Tornielli.
A Fara non si paga altro dacio, eccetto l'imbottato" (14).
La Camera Ducale sequestrò la metà dei proventi dell'imbottato, che furono in seguito acquistati dal conte Tornielli, il quale riuscì ad unificare l'intero feudo di Fara.
Se i Casella perdevano il diritto feudale di imbottato, essi erano tuttavia ben radicati nel Castello inferiore, che dai primi anni del Cinquecento doveva essere di loro esclusiva proprietà.
Ancora il 4 aprile 1570 Andrea Giovanni Casella acquista dal consanguineo prete Gerolamo una casa nella fortezza, al fine di rinsaldare la propria quota (15).
Ma nella prima metà del Seicento la famiglia si estinse ed i beni passarono in altre mani. Scompariva pure nel 1583 il ramo maschile dei Tornielli, conti di Briona, poichè Manfredo non ebbe figli legittimi.
Qualche anno prima il conte "per bisogni e per affari" propose al patrizio novareseconte Rinaldo II Tettoni di comperare il feudo.
Fu chiesto il permesso al Duca di Parma, legittimo signore, e il consenso del Principe giunse il 28 novembre 1578.
Il 4 maggio 1579, un uomo del Tettoni,Carlo Antonio Langhi, prese possesso di Fara a nome del nuovo feudatario.
Acquisizione del Feudo
Seguire la cerimonia di acquisizione può servire per comprendere la mentalità dei dominanti e dei dominati, i loro simboli del potere, gli elementi materiali su cui può fondarsi il diritto di possesso.
E' una liturgia affascinante e concreta, celebrata di fronte a tutta la comunità che segue a passo a passo il rappresentante del "Dominus".
"Nella terra di Fara, davanti alla facciata della Chiesa dei santissimi Fabiano e Sebastiano, presso la roggia dei mulini, Carlo Antonio Lango, figlio del fu Benedetto, procuratore del conte Rinaldo Tettoni, ha ordinato a tutti i Consoli, ai Consiglieri del Comune e ai Capifamiglia di comparire dinanzi a lui.
Si sono presentati i quattro Consoli accompagnati da 62 uomini, che rappresentano più dei due terzi della comunità.
Egli ha mostrato a tutti il documento di vendita del feudo della terra di Fara, fatto da Manfredo Tornielli il 7 marzo 1579 a vantaggio di Rinaldo Tettoni.
Il contratto è stato letto a tutti.
Ora si sa che con l'approvazione del Duca di Parma sono stati venduti i dazi del pane, vino, carni ed imbottato, a cui si aggiungono i diritti giurisdizionali.
Tutto è stato pagato 18 mila lire.
In più vi è questo patto: Manfredo Tornielli terrà il feudo sino alla morte e pagherà al conte Rinaldo II Tettoni una pensione annua di 900 lire.
Ora giacchè il nuovo feudatario è Rinaldo Tettoni gli uomini devono giurare fedeltà al signore".
Giurarono tutti secondo una antica formula, toccando ciascuno con le mani il libro dei Vangeli, opportunamente disposto davanti alla Chiesa.
Poi iniziò la liturgia della presa di possesso.
"Il Lango si è recato presso la porta, o meglio al luogo per cui si entra nel paese di Fara (da Briona) situato presso la roggia ed ha constatato che mancano i battenti (della porta).
Egli è entrato, uscito e rientrato dalla porta del villaggio (di Fara).
Ha preso una manciata di terra e l'ha gettata in alto, ha raccolto dei sassi e li ha lasciati cadere e ha detto: Rinaldo Tettoni, che io rappresento, è il Signore di Fara.
Poi ha attraversato il paese ed è salito al locum superiorem, ove una porta senza battenti immette sulla strada che và verso lo Strona (e a Barengo)".
Anche quì il Lango ripetè la medesima cerimonia e poi scese alla porta che conduceva verso i prati ed il Sesia (verso Carpignano).
Infine raggiunse la porta verso Sizzano e concluse la sua laboriosa giornata.
Come si è visto nel documento del 7 maggio 1499: divisione dei beni ereditari effettuata tra i due figli di Giacomo Cattaneo da Momo, Nicolino e Domenico, il conte Tettoni era l'erede di una antica famiglia novarese, che a Fara era già proprietaria di quote del Castrum Novum o Castello di sopra.
Il feudatario possedeva già una parte della fortificazione.
In essa egli fece costruire un nuovo palazzo e nei precedenti edifici della fortezza alta sistemò le cantine, il torchio ed i magazzini.
Lo documenta l'atto di confisca dei suoi possessi dell' 11 novembre 1587.
"Si è confiscato il feudo di Fara, con il palazzo novo e con la casa vecchia detta il castello, la torghira et torchio con il suo artificio e i suoi utensili e con quaranta pertiche di sito al Ronco (17).
Nel 1589, una stima dei beni confiscati fece ascendere il valore del palazzo e del castello (di sopra) con Ronco a 34.000 lire (18).
Il conte Rinaldo Tettoni nel 1575 comprò il feudo di Carpignano, nello stesso anno ottenne dal feudatario Ludovico Carminati la giurisdizione ed i diritti di dazio sul paese di Ghemme e nel maggio del 1576 presta giuramento di fedeltà al Re.
Il nobile novarese, divenuto conte, si era formato una immensa fortuna entro i ranghi della amministrazione spagnola, ma la sua ricchezza si esaurì nel momento in cui fu colpito dal bando di confisca per alto tradimento nei confronti dello Stato il 4 marzo 1589 (A.S.M. feudi camerali, carta 150, 4 marzo 1589).
Circa 40 anni dopo il figlio di Rinaldo Tettoni, Giovanni Battista riuscì ad essere reintegrato nei feudi che erano stati confiscati.
Il feudatario Giovanni Battista Tettoni morì nei primi mesi del 1640 senza aver lasciato eredi in linea maschile.
Con sua "Grida" datata 24 ottobre 1640, il Presidente e Maestri delle regie Ducali Entrate Straordinarie e Beni Patrimoniali dello Stato di Milano, fà conoscere a tutti che il feudo di Ghemme è in vendita.
Il feudo è composto: "in tutto de fuochi 263 comprese le cassine sottoposte alla detta giurisdittione con li Datij di pane, vino, carne et imbottato, affittati di presente con la casa dove sono le carceri e chioso annesso e un'altra casetta e giardino a ragione di lire 680 l'anno".
Molto raramente, nel Novarese, al feudo corrisponde anche il possesso del Castello.
Per Fara ciò si verificò casualmente nella seconda metà del XVI secolo per opera del conte Rinaldo Tettoni, che possedeva già in proprio il Castello superiore al tempo in cui il feudo di Fara era dei Tornielli di Briona.
Manfredo Tornielli vende il feudo di Fara a Rinaldo Tettoni il 7 marzo 1579, mentre il Castello superiore,Manfredo Tornielli lo aveva già venduto negli anni precedenti al conte Rinaldo Tettoni, che era feudatario anche di Ghemme, Carpignano, Gionzana e Landiona.
Prima della sua morte avvenuta nel 1663, succedeva nel 1635 il figlio Giovanni Battista Tettoni, che nel 1615 era già feudatario di Ghemme.
Da un frammento di Statistica parrocchiale del 1664 rileviamo che nel castello abitava anche donna Maddalena Legnani Tornielli col figlio Giuseppe Antonio.
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Dalla Relazione del conte Alessandro Anguissola, Ambasciatore di Casa Farnese, indirizzata al Duca di Parma e Piacenza Ranuccio Farnese il 20 febbraio 1600, abbiamo uno spaccato della città di Novara e suo territorio.
Il nuovo Governatore dello Stato di Milano Don Petrus Enriquez Azevedius comes de Fuentes stà già tentando il ricongiungimento completo di Novara allo Stato di Milano e così pure del Marchesato di Novara che aveva un territorio "lungo milia 28 et largo 12 et tutto infeudato".
Le investiture di alcuni feudi stanno per scadere.
Il feudo di Romagnano è stato venduto ai Serbelloni per 20 mila scudi.
"I feudi di Biandrà, Vicolongo et Casalbeltramo vacati per la morte del conte Manfredo Torniello, et ora da S. M. donati al sig. Don Alos Diachez".
In Novara il presidio spagnolo era composto da circa 700 soldati posti nel castello e nella città.
"Gli spagnoli che vivono in presidio in quella città sono divenuti tanti temerari et insolenti che opprimono i cittadini con fare ad essi infinite ingiurie et carichi".
"Di giorno et di notte vanno per la città in grand'unione armati, talmente che il Barigello (specie di questore o capitano degli sbirri) con la sua corte non può uscire a far l'ufficio suo ma essi (gli spagnoli) se trovano qualch'uno con armi o senza, o gli fanno affronto, o lo conducono nel corpo di guardia, et gli fanno pagare danari".
Con la investitura feudale il Duca Ottavio Farnese aveva concesso a Rinaldo Tettone la facoltà di battere moneta ma lo Stato di Milano lo ha sempre impedito.
A Novara "le prigioni sono tre, le quali non sono nè sicure nè segrete.
Non sono sicure perchè hanno una muraglia per l'antiquità marcia, et facile da essere rotta, et forata.
Non sono segrete, perchè sono tutte tre l'una sopra l'altra, et hanno le feriate loro tutte verso la medesima parte, talmente che stando alla finestra puonno i prigioni ragionare insieme.
In oltre la canna delli servigi è una sola, che serve a tutte tre le prigioni, et per essa i prigioni parlano quanto vogliono, et con molta facilità, che non sono intesi da altri".
In questa Relazione il conte Alessandro Anguissola scrive al Duca di Parma e Piacenza Ranuccio Farnase che aveva fatto venire a Novara il Podestà di Fara perchè aveva sentore che Fara passasse ai Tettoni.
"In Novara feci venire da me il Podestà di Farra con gli deputati, et perchè havevo penetrato ch'in essa terra v'erano alcuni che passavano con stretta, et secreta intelligenza con gli Tettoni avversari di V. A. et del conte Alessandro.
Io ne feci quello risentimento di parole che mi parve opportuno, et al Podestà comandai ch'invigilasse a questo per darmi avviso poi di quelli che fossero stati tanto temerari in lasciarsi ridurre a questo, per puotere poi io pigliare quelle rissolutioni che mi fossero parse convenienti alla dignità et reputatione dell'A. V. et al castigo loro." (A.S.P. - feudi camerali, c. 121) (B.S.P.N. n 1 - 1999)
Spagnoli. Nel 1600 alloggiarono a Fara molti soldati spagnoli, come loro ricordo lasciarono il cognome Spagnolino, che indicava genericamente il figlio di uno spagnolo. In quegli anni era così grande l'influenza degli spagnoli stazionati e dominanti in questo paese che anche il Vice Parroco Francisco Sanchez era uno spagnolo. Addirittura i registri parrocchiali erano scritti in spagnolo.
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Il secolo decimosettimo fu pieno di sofferenze oltre che per le guerre anche per la peste detta poi dei "Promessi Sposi".
Il contagio si sviluppò nel mese di maggio del 1630.
Infierì a Novara e nei paesi vicini.
Della peste del nostro paese si sà ben poco, mancando nell'archivio parrocchiale il registro dei morti di quel periodo.
Si sà che a Fara nel 1631 morì di peste il Curato Don Marc'Antonio Solari.
Le persone che morivano di peste venivano sotterrate in un prato nella regione chiamata i Bosoni.
In quegli anni vi erano continuamente delle guerre per il possesso del Marchesato del Monferrato, tra le soldatesche franco-savoiarde e piemontesi del Duca di Savoia Vittorio Amedeo e le truppe spagnole dello Stato di Milano.
Per Fara è una lunga e triste sequela di alloggiamenti militari con relativi rifornimenti di derrate, fieno, paglia e un interminabile elenco di malversazioni e ladrerie che portarono una grande povertà.
Oltre alle requisizioni di cose e delle precettazioni di uomini vi furono anche due disastrosi ed autentici saccheggi, rispettivamente del novembre del 1645 e, otto anni dopo, del novembre 1653.
Dopo questi tragici saccheggi, Porzio Giovanolo scrisse nel suo manoscritto: "null'altro rimase ai poveri faresi che gli occhi per piangere".
Sulla prima pagina del "Libro della Chiesa di Fara 1646 - 1653" si legge: "Libro della Chiesa di Farra che si tiene nella cassa del elemosina del speso et di quella che alla cassa si cava, dopo il saccheggio de francesi de anno 1645 il giorno di Santo Carlo 4 novembre che per giorni dieci sette sempre durò il sachegio et la Chiesa fu affatto spogliata".
Il sacerdote Carlo Porzio Giovanolo, nel suo manoscritto, così descrive il saccheggio: "In questa devastazione commessa e fatta dalle truppe francesi comandate dal Principe Tomaso di Savoia, restò spogliato affatto tutto il paese, in un colla Chiesa, ove nulla lasciarono, avendo levato persino le inferriate delle finestre, li catenacci delli uscii, chiodi serrature ecc. Nelle case delli abitanti, leggesi nei documenti, che i nostri antichi ci lasciarono scritti, che ai poveri faresi furono rubati e tolti li grani, vini, bestiami, biancherie, vestimenti, utensiglj, spiedi, canochie, fusi, foraggi d'ogni sorta, tutti i vascelli, tine, navazze, brente, pidrie, barili, conchini, carta, barozze, aratri, tridenti,ecc. ogni sostanza insomma mobile e semovente e persino li basti degli asini".
Nel 1653 sono state fatte fare le Panche per la Chiesa perchè quelle vecchie erano state distrutte dai soldati francesi durante il saccheggio iniziato il 4 novembre 1645 e durato 17 giorni.
"Nuovamente alli 9 novembre 1653, il paese fu dai francesi spogliato, in un colla Chiesa, d'ogni cosa e rovinate le case ad eccezione di quella del sig. Carlo Francesco Lango perchè in essa alloggiava il Marchese Villa, comandante del sudetto corpo e che pel di cui ordine o espresso o tacito credesi seguito detto saccheggio.
In questo frangente fu dai saccheggiatori sudetti ucciso un Capitano di Truppa, che con altri uomini sotto il suo comando si era appostato all'ingresso della Chiesa per salvaguardia, per difenderla dalle sacrileghe mani dei saccheggiatori francesi, restando vittima e martire del suo zelo per difesa della casa d'Iddio ".
Dalle carte dell'archivio comunale: "Li effetti saccheggiati e massimamente quelli che non poterono nascondere nè ritenere per proprio uso, li trasportarono tutti in Ghemme ed in Sizzano, ove in parte furono venduti a quelli abitanti ed a soldati colà stazionati, ed in parte rimase in quei paesi invenduti e deposti per procurarne lo smercio finale, che effettuare non hanno potuto, essendo stati costretti per l'avvicinamento delle truppe di S. Maestà Cattolica e dell'Austria, di abbandonare nel dicembre dell'anno medesimo il suolo novarese.
Li reggenti della Comunità di Fara appena seppero che in Ghemme ed in Sizzano vi erano quelli effetti stati quì saccheggiati e non venduti, fecero istanza presso il Governatore di di Novara affinchè interposta la sua autorevole mediazione venissero li detti effetti invenduti restituiti ai faresi.
Fu infatti superiormente ordinata la doverosa restituzione, ma li sizzanesi non vollero ubbidire a tali ordini, e cotesta ingiusta resistenza obbligò i consoli faresi a ricorrere a Filippo IV d'Asburgo, Re di Spagna dal 1621, che con lettera monitoriale ne ordinò la pronta restituzione, non solo ma altresì di dare una precisa e giusta nota sotto pena di numeroso alloggio militare a carico dei disubbidienti, non tanto delle effetti non venduti, quanto di quelli che comprarono dalli saccheggiatori.
Questa notificazione fatta dalli Agamini e Sizzanesi, fu ricevuta con atto autentico del Sig. Notaio Gaudenzio Tettone di Gio Batta, e sebbene li ordini reali fossero imponenti e precisi pure la molla che ha dominato e domina anche a giorni nostri la maggior parte del cuore delli uomini, cioè il sordido interesse, aurà accecato molti e molti in modo d'essere infedeli nella ordinata notificazione, dando probabilmente conto solo di quelli effetti che per la loro mole non era facile il nasconderli per celarne il secreto".
A meglio ragguagliare sui guai e i disastri di quel periodo non solo per Fara ma per tutto il Novarese, trascrivo un'altra pagina del manoscritto (19) ove si descrivono gli avvenimenti attorno al 1659.
I francesi e i loro alleati "dopo aver perduto Mortara, s'innoltrarono nelle terre del Contado consumando, ed esterminando quanto in dette terre si trovava, di modo che li paesani e li agricoltori non potevano portarsi in campagna per esercitarla, perchè gli venivano ammazzati i bestiami, maltrattati i conducenti e li coltivatori; e dai calcoli, che fra dette memorie si trovano scritti, il danno che Fara ebbe a sofrire per queste rappresaglie e rubberie, comprese le molte bovine che d'ordine del Re di Spagna Filippo IV requisite furono pel mantenimento delle truppe ammontava a lire 11327.7."
"Ad accrescere la mole di tante sofferte disavventure, sopravvennero diverse tempeste, due delle quali si crudeli che fanno orrore nel leggerne la memoria che i faresi di quel tempo ci lasciarono scritta.
Basta il sapere che le grandini erano d'una grossezza tale che ruppero e frantumarono tutti li coppi dei tetti, per cui le abitazioni restarono affatto scoperte, la campagna devastata, ogni cosa all'aperto battuta e li paesani così disanimati ed atterriti da tante e si crudeli traversie che sembravano tanti cadaveri cavati dai sepolcri".
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Il feudo di Fara fu restituito durante la prima metà del seicento al figlio del conte Tettoni, Giovanni Battista, che tenne solo i dazi.
Egli abitava a Milano e doveva aver venduto il Castello di sopra a Giovanni Andrea Tornielli.
Ora la situazione di Fara era modificata.
Il 5 luglio 1450 il Referendario di Novara aveva segnalato al Duca di Milano Sforza l'esistenza di due Castelli, ora Matteo Tornielli scrive che a Fara: "Nè vi è Castello, roccha, fortezza, nè carceri"
Il 14 ottobre 1635, Matteo Tornielli fu Bernardino da otto anni circa "attuario civile et criminale" di Fara, il quale dichiara: "Io sono nativo di questo luoco et parte ho abitato a Novara, parte quà ove abito da 25 anni", registra lo stato in cui si trova Fara: "Questa è una Terra aperta, nè vi è Castello, roccha, fortezza nè carceri.
La Comunità è padrona delle forni che sono due al presente affittati circa scudi 700.
Il datio della brenta qual si affitta d'anno in anno.
Vi sono datji di pane, vino, carne et imbotato et del traverso del vino, dei quali è padrone il conte Giò Batta Tettoni qual habita a Milano.
Non si fa fiera o mercato.
Vi sono vigna, prati, campi, boschi, zerbidi, baraggie et simili.
In tempo che non viene la disgratia son bastanti al vitto li frutti che quì si raccolgono; ma l'anno passato et il presente non sono bastati per le tempeste che sono venute.
In tempo di disgratia li abitanti si provvedono dalle terre vicine, Sillavengo, Carpignano, Castellazzo.
Tutti attendono alla campagna.
In più vi sono un ferraro, sarti duoi, un postaro che vende il sale solamente, et non vi sono altri esercitij.
Oltre al curato della parrocchia non vi sono altri religiosi: vi è un sol cappellano. Non vi sono Castelli, se bene la casa del sig. Giò Andrea Torniello si dimanda il Castello (superiore).
Vecchiamente vi era un Castello (inferiore) qul'era de certi de Caselli che sono morti, et ora va rovinando di giorno in giorno, nè vi è fossa, nè torre di sorte alcuna, nè vi sono carceri.
Vi sono duoi molini i quali s'irrigano con l'acqua proveniente dalla Sesia per la roggia Cantirina, d'uno de quali più vicino alla terra se ne caverà 40 scudi l'anno et dell'altro molino 25 scudi. Duoi forni per caserenghe.
Un ferraro, duoi legnamari et duoi sarti.
La terra non è molto insigne et sarà da fuochi 150 in circa, de quali ve ne saranno dodeci civili et li altri tutti rurali.
L'aere è buono".
La radiografia di Fara del seicento diviene ancora più completa se aggiungiamo anche le dichiarazioni rilasciate tre giorni dopo, il 17 ottobre 1635, per esigenze burocratiche di governo dal notaio della Regia Camera di Milano Gio Ambrogio Caccia, mandato a sequestrare il feudo della giurisdizione spettante al Duca di Parma Edoardo Farnese perchè era entrato con le armi sul territorio milanese.
Il notaio Caccia scrive: "Farra è un luoco aperto senza Castello, nè altra sorte di fortezza.
Il territorio è di perticato sei mille di terra tra civile et rurale.
Vi sono li datij di pane, vino, carne et imbotato di rendita di scudi 500 in circa l'anno posseduti dal conte Gio Batta Tettone.
Et la Communità riscuote le imposte delli forni et della misura della brenta et di più possiede certa quantità di boschi et due molini sopra l'acqua che proviene dalla roggia Mora.
E' governata da Podestà fiscale, notaro civile et criminale, a quali non si paga salario et si elleggono dal feudatario.
E' di focolari 169.
Vi sono anime in tutto 800, de quali 500 sono di Communità ".(20)
Ecco dunque il quadro completo della Fara del secolo decimosettimo.
Il curioso e dettagliato quadro delle peculiarità sociali, politiche, ecclesiastiche, economico-commerciali e in qualche modo urbanistiche del nostro paese.
I Castelli non erano scomparsi, si erano solo trasformati, ed era anche mutato il concetto di castello.
Vediamo la deposizione rilasciata da un Console di Fara, Enrico Mandolino: " Non vi sono Castelli, se bene la casa del sig. Giovanni Andrea Torniello si dimanda al Castello (di sopra).
Vecchiamente vi era un Castello (di sotto) qual era de certi de Caselli, che sono morti, er hora va rovinando di giorno in giorno, nè vi è fossa, nè torre di sorta alcuna, nè vi sono carceri ".
In altre parole la fortificazione inferiore era in via di rovina, mentre quella superiore, ristrutturata e profondamente modificata dal Tettoni, apparteneva ai Tornielli.
Nel 1651 proprietario del Castellone era il sig. Campaniga che fu militare col grado di Capitano (21).
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Nel volume: Comune antico di Novara n. 1075, troviamo il "Quinternetto dei beni civili di Faraquot;, volume scritto nel 1600 e conservato nell'Archivio di Stato di Novara.
In questo quadernetto sono elencati 130 noninativi di persone che avevano dei beni civili consistenti in case e terreni nel comune di Fara, ma che risiedevano altrove, generalmente a Novara.
Alcuni avevano anche delle proprietà nei Castelli o nelle vicinanze.
I nove maggiori proprietari forensi erano:
- Lango Dottor Claudio e Fratelli, con 54 campi, 16 prati e 30 vigne, per un totale di circa 14o moggia.
Gli appezzamenti più grandi erano il prato Spinale di moggia 11 e l'arabile Talento di moggia 7.
Aveva una casa dove si dice al Carale.
- Nazaro Carlo, con 81 campi, 10 prati e 12 vigne, per un totale di circa 135 moggia.
Aveva una casa dove si dice alla Crocetta.
- Cadamusta Livia Eufemia - Erede Tornielli, con 37 campi, 13 prati e 27 vigne, per circa 95 moggia.
Era la proprietaria del Castello di sopra con attorno la Vigna Valle Le Glorie di moggia 7 e di ben tre torchi da vino. Nelle Glorie c'era anche un Uliveto.
"Le viddi anch'io già da lungo tempo delle piante d'Ulivo soura la collina nelle vigne del Castello dette Le Glorie, le quali producevano anco frutti, a dispetto della noncuranza e poca attenzione del cultore. (Porzio Giovanolo pg. 226)
Possedeva ancora: L'alloggiamento detto il Castello, di sito d'un moggio, con camera, sala, cucina et caneva (cantina) con un torchio da vino et suoi utensilij.
Una casa et giardino che abitano.
Un torchio da vino nella Contrada di Mezzo con i suoi utensilij.
Una casa con torchio da vino.
A monte confina con la strada del torchio.
Una casetta da massaro, qual s'affitta ogni anno per lire 24.
- Lango Carlo Francesco, con 30 campi, 9 prati e 11 vigne, per circa 65 moggia. Possedeva un forno con orto annesso, affittato in tutto a lire 40 comprese le spese che ogni anno si fanno di miglioria intorno alla casa. Aveva anche un torchio da vino che era tassato in scudi 7.
- Torniello Matteo e Bernardino, con 27 campi, 5 prati e 18 vigne, per circa 6o moggia.
Possedevano una Casa da Nobile con tre locali di sopra e tre di sotto, con corte e giardino, sulla strada comunale.
E una casa con orto alla Piazza.
- Langhi Antonio e Fratelli, con 3 campi e 30 vigne, per circa 45 moggia.
Avevano una casa che confinava a mattina strada, a mezzodì il Torchio del sig. Torniello, a sera Jorminolo, a monte Eredi di Buzzo Gufo.
E un Torchio da vino di cavata d'un bottale di vino.
- Cattaneo Ascanio, con 18 campi, 7 prati e 1 vigna, per circa 35 moggia.
Possedeva una Casa da Nobile con sala, cucina, camera et canepa (cantina) dove si dice in fondo alla Costa del Castello.
- Campaniga Pietro, con 13 campi, 3 prati e 3 vigne, per circa 35 moggia.
Aveva una vigna di 6 moggia attorno al Castello di sotto o Castellone ed una casa con orto ed un Torchio da vino in Castelletto.
- Cattaneo Antonio, con 10 campi, 2 prati e 4 vigne, per circa 25 moggia.
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Anche il Castrum Vetus fu ricostruito in una forma diversa dalla primitiva.
Un contratto di locazione del 1686, descrive la nuova realtà insediativa.
Il proprietario, il nobile lombardo Don Gabriele de' Tatti, affittò il 19 ottobre 1686 per 9 anni a Giovanni Battista e Giovanni Antonio Scarafiotti, originari di Failungo in Valsesia, la sua intera proprietà a Fara.
Il canone annuo fu fissato in 700 lire imperiali e per questa cifra i massari si impegnavano a lavorare le vigne, i campi e i prati e ad abitare "un sedime di casa da nobile o sia il Castello, cinto di muraglie tutto all'intorno, sito nel luogo di Farra, dove si dice al Castello d'abasso.
Il quale consiste in molti luoghi d'habitatione da nobile e da rustico et ancora molte cantine, solari, Chiesa, stalle, pozzo, forno, torchio, tine e vascelli , con tutte le altre comodità che si cercano per una commoda habitatione da nobile, oltre quella da massari".
Mi sembra di poter affermare che in origine il Castello con Chiesa fosse un piccolo villaggio circondato da muraglia e che la ristrutturazione sia essenzialmente consistita nell'edificazione di un solida casa da nobile e nell'adattamento degli altri edifici a magazzini, solai, cantine e ripostigli.
La muraglia continuava a sussistere e serviva a chiudere e a proteggere il complesso aziendale.
Farra, 19 ottobre 1686, Don Gabriele de' Tatti, nobile milanese, investe Giovan Battista e Giovanni Antonio Scarafiotti, originari di Failungo in Valsesia, delle sue proprietà in Fara, per nove anni decorrenti dalla festa di San Martino, per il canone annuo di 700 lire imperiali.
- 1. Patti e conventioni seguite nella locazione fatta dall'egregio sig. secretario Don Gabriele Tatti a Giovanni Battista e Giovanni Antonio fratelli Scarafiotti.
- Primo.
- Secondo.
- Terzo.
- Quarto.
- Quinto.
- Sesto.
- Settimo.
- Ottavo.
- Nono.
- Decimo.
- Undecimo.
- Duodecimo.
- 2. Notta de' beni immobili affittati.
- Primo.
Annesse al detto Castello vi sono li seguenti pezzi di vigna, cioè:
Vigna detta alla Baraggio di stara sei in circa;
- 3. Notta delli mobili che si consegnano.
- Primo.
Sotto il portico della torchiera 11 tine, cioè 4 con duoi cerchi di ferro e le restanti 7 solamente col suo testaruolo di ferro e i suoi cerchi di legno e sue calastre.
In cantina al n. 3 una tina di tenuta di 15 brente co suoi cerchi di ferro con una fassa (fascia, cerchi di legno). Un tinello che si adopra per raccogliere il vino sotto il torchio di 4 brente con duoi cerchi di ferro. Due brente usate et una manera (secchio di legno) da torchio. Un rampino di ferro per pessar la secchia et un tridente.
Nella cantina di sopra detta "La canavessa", tine n. 5 di tenuta di bottali tre per caduna in circa, con duoi cerchi di ferro per cuduna.
Un vascello di tenuta di brente 22 in circa con 4 cerchi di ferro.
Nella sala grande c'è:
Nel salotto ivi contiguo c'è:
Nella cucina ivi annessa c'è:
Nella camera detta "della Madonna" c'è:
Nella corte c'è una trave di rogore di brazza 12 in circa, vecchia, e quattro pezzi d'asse di rogore novi.
Nella stalla vi sono le sue mangiadore in sette porte, entro le quali vi sono
le sue merenette (cassette di legno, mangiatoie - marinèti) per dar la biada ai cavalli, e sue colonne di rogore con duoi rasteletti, uno grande et uno piccolo.
- 4. Notta delle piante picciole e grosse che si ritrovano nella possessione.
Attorno al Castello:
- Nell'uscir dal Castello, 8 moroni.
- Nella vigna vicino al Castello:
- Nella Carola o sia Baragiola:
- Nella Baraggia:
- Nelli campi e prati:
- Di più si aggiungono:
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(A.S.N., Notai, G. F. Mossotti b. 1)
Nel 1690 in occasione della guerra fra francesi e spagnoli il Castello fu nuovamente restaurato e munito di difese militari.
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Nel 1637 il Duca Edoardo Farnese fu reintegrato nei suoi diritti sul feudo di Fara e sui feudi da lui posseduti nello Stato di Milano.
I Farnese acquisirono in seguito da Giovanni Battista Tettoni anche i proventi del dazio.
Nel 1658 il marchese Francesco Serafini, Maestro di campo, Generale e Prefetto del Cstello di Piacenza (Castellano di Piacenza) acquista da Ranuccio Farnese i feudi di Fara e Vespolate. Atto rogato dal Notaio F. Mercantolo.
Il 19 febbraio 1660, il Duca di Parma Rainuzio Farnese rinuncia ai proventi del dazio di Fara, che aveva precedentemente acquisito dai Tettoni, e perfeziona la vendita dei feudi di Fara e Vespolate al marchese Serafini per il prezzo di 25.920 lire imperiali, 3 Soldi e 9 Denari.
La traslazione di possesso dei due feudi dal Duca di Parma al marchese Serafini fu resa possibile dal diploma di Carlo II Re di Spagna, o più precisamente della di lui madre e tutrice, Regina Anna d'Austria.
Quando il marchese Francesco Serafini decedette nell'agosto del 1666 senza figli, gli succedette nei feudi di Fara e Vespolate il di lui nipote, Orazio Serafini, con decreto regio di Madrid del 26 agosto 1667.
Il feudo passava poi nel 1674 al marchese Odoardo Fortunato Serafini, figlio di Orazio, che rinnovava ancora il giuramento di fedeltà al Re Filippo V il 22 gennaio 1702.
22 Maggio 1668, Notta delli Huomini della Terra di Fara che hanno prestato il giuramento di fedeltà al marchese Orazio Serafini, fatta dal cancelliere Giacomo Mantilariis di Romagnano.
Dichiarazioni fatte con interrogatorio: "l'hosteria si fà, et vi è anche la ragione della beccaria et prestino, come anche vi è l'imbotato ma tutto questo è ragione delle Convertite di Santa Valleria di Milano, insieme con il dazio del traverso del vino, che vuol dire che tutto il vino che esce dal territorio di Fara, vada dove si voglia, fuori che alla città di Novara paga soldi dieci per ogni bottale. E' ben vero che il prestino non si esercita a Fara.
L'hoste và a Carpignano pigliar il pane per il bisogno del paese et hosteria et la beccaria si fa rare volte, et per rispetto de l'imbotato so dire che la comunità di Fara è conventionata in lire 10 l'anno che si pagano alle medesime Convertite di Santa Valleria di Milano.
Non sò in che maniera sono pervenuti questi dazi.
Non vi sono cascine perchè la terra è tutta unita.
Vi è un solo mulino vicino al paese e un altro nel corpo della terra (verso Sizzano, ora Riseria Negri).
Nel mulino fuori (del paese) vi abita il molinaro e famiglia.
Abitano anche alcuni forestieri montanari ed il fante.
Lista dei fuochi 192 in tutto, abitanti 1150 circa.
Preti: Silvano Fiorella curato, Lorenzo Baraggione cappellano, Domenico Castagna di Como, beneficiato.
Da questa nota rileviamo che i 1150 abitanti non potevano fare il pane a Fara, l'oste andava a prenderlo a Carpignano, forse i soldati che avevano saccheggiato il paese avevano distrutto anche i due forni della Comunità.
La miseria era così grande che la carne la si vendeva rare volte.
Il 22 gennaio 1702, il marchese Odoardo Fortunato Serafini giura fedeltà a Filippo V Re di Spagna.
Essendo morto nel novembre del 1700 Carlo II a lui successe il Duca D'Angiò col nome di Filippo V.
In Italia riprese la guerra fra Francia e Spagna.
Nel 1703 -1704, il Comandante Ignazio de Leone ordina ai faresi di fortificare il paese con delle palizzate e chiuderlo con sei cancelli.
Di profondare la roggia tutto al lungo del paese.
Di fare delle fortificazioni e ripari ai due Castelli, ove alloggiarono per un mese 60 soldati e due ufficiali di Francia.
Di fare la guardia ai ponti della Mora ai sei cancelli e sopra il campanile dal 26 ottobre 1703 a tutto aprile 1704.
Intanto si susseguivano gli alloggiamenti militari con grande spesa per i faresi.
800 e più soldati di cavalleria e fanteria, 260 cavalli e uomini del Generale Conte de Stein, 250 dragoni di Francia oltre gli ufficiali e 100 cavalli, 50 uomini e cavalli del reggimento Bonesana e del reggimento Di Lovegni.
La gente doveva dare continuamente quel poco che aveva ai soldati e ufficiali "per schivare li insulti militari, che facevano, et minacciavano di fare, et per evitare le percosse, alle quali diversi sono stati sottoposti".
"Nell'ottobre 1703, Fara e i paesi circonvicini a Fara erano minacciati d'aver guerra guerreggiata in queste contrade.
Quindi fu superiormente ordinato di armarsi in massa se l'inimico s'inoltrava".
Intanto continuano gli alloggiamenti militari e le requisizioni.
L' 8 dicembre 1704, dal Comandante il Corpo di Truppa stazionata in Ghemme venne ordinata la demolizione del Ponte Inferiore esistente sopra la Mora (quello di via Gallarini).
A quest'oggetto furono requisiti delli uomini in Ghemme, Sizzano e Briona per atterrarlo unitamente alli terrieri e consumarono giorni quattro per demolirlo ".
Questo ponte, quando si è allontanato da Fara il nemico, fu ricostruito a due archi (Porzio Giovanolo pg. 153 e 161).
Nel 1715 termina il dominio dei marchesi Serafini sul feudo di Fara.
Aveva avuti inzio ufficialmente nel 1660.
Nel 1617 il feudo è tenuto da Gian Domenico Oltrona Visconti.
Un documento ci dice che il 18 novembre 1717, padrone del Castellone era il Jure Consulto Nobile Domine Don Giorgy Castellani, con il fratello Don Antonio Castellani, Canonico della Cattedrale di Novara.Il 19 maggio 1753,
Il feudo di Fara è stato dato ai Ferrero.
Questa notizia la ricavo da documenti dell'A.S.T. (22).
Dalle già citate dichiarazioni burocratiche del 1635 sulla terra di Fara, rilasciate dai funzionari Matteo Tornielli e Ambrogio Caccia, ricaviamo l'entità economica del feudo, descritta in questi termini: (23) "Il territorio è di perticato sei mille di terra tra civile et rurale.
Vi sono li datij di pane, vino, carne et imbotato di rendita di scudi 500 in circa l'anno posseduti dal conte G. B. Tettone.
Et la communità riscuote le imposte delli Forni et della Misura della Brenta et di più possiede certa quantità de boschi et due molini sopra l'acqua che proviene dalla roggia Mora.
E' governata da Podestà fiscale, Notario civile et criminale, a quali non si paga salario et si elleggono dal feudatario.
Li Podestà sono deputati dal Duca di Parma, feudatario di questo loco come anco di Vespolate. Nè Podestà nè io, nè il fiscale che è Giò Batta Tettone et fante non hanno salario, eccetto che il fante che è salariato dalla Communità".
| 19 febbraio 1660, | il Duca di Parma Rainuzio Farnese perfeziona la vendita dei feudi di Fara e Vespolate a Francesco Serafini.
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| agosto 1666, | muore Francesco Serafini
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| 26 agosto 1667, | nei feudi di Fara e Vespolate succede Orazio Serafini, nipote di Francesco.
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| 22 maggio 1668, | gli uomini di Fara prestano giuramento di fedeltà a Orazio Serafini.
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| 1674, | i feudi passano a Odoardo Fortunato Serafini, figlio di Orazio.
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| 22 gennaio 1702, | Odoardo Fortunato Serafini giura fedeltà a Filippo V Re di Spagna.
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| 1715, | Termina il dominio dei Marchesi Serafini Malvicini Fontana sul feudo di Fara. |
| 1717, | Il feudo di Fara è tenuto da Gian Domenico Oltona Visconti ma le rendite rimangono ai Marchesi Serafini. |
| 26 febbraio 1793, | Orazio Serafini paga la tassa della cavalcata. |
| 25 aprile 1794, | Malvicini Fontana Marchese Don Orazio paga la tassa della quarta, 25% quarta parte del reddito. |
| 4 gennaio 1799, | Orazio Serafini e il figlio Giuseppe Serafini Malvicini Fontana vendono ad Andrea Gavina le loro proprietà di Fara. |
Orazio Serafini aveva due figli, Odoardo Fortunato e Giuseppe.
Dal Registro delle "Cavalcate e redditi annessi ai feudi delle Provincie di Novara e Vigevano".
Sul registro sono indicati i nomi del feudo, del vassallo e del possessore, il Titolo per cui era dovuta la Cavalcata, la somma pagata per il Titolo e la data del pagamento, l'ammontare del reddito, l'ammontare della quarta o sesta parte di essa dovuta come imposta.
Feudo di Fara:
Vassallo Marchese Orazio Serafini.
Titolo per cui è duvuta la Cavalcata: Signorile.
Somma pagata per il Titolo: lire 37 soldi 10.
Data, 26 febbraio 1793.
Anticamente il feudatario era tenuto a dare alle guerre del proprio Signore un contributo di parecchie giornate a cavallo ogni anno.
Il feudatario costretto a sostenere le spese per questa giornata in cui si recava a guerreggiare a cavallo, si rivaleva sui proprii sudditi con un'imposta chiamata: Cavalcata.
Nel 1793 il feudatario Marchese Orazio Serafini, riceveva dal Comune di Fara lire 73 soldi 6 denari 8 e pagava come imposta lire 37 soldi 10.
Dal Registro dei: "Redditi Allodiali e di Acque nelle Provincie di Novara e Vigevano"
Sul Registro sono indicati i nomi delle località e dei proprietari dei redditi, entità della quarta (=25%)d'imposta sul reddito e i pagamenti.
La Comunità di Fara per Dazio della Brenta, affittato a Giulio Spagnolino per atto delli 9 gennaio 1793.
Ammontare del reddito = lire 107 soldi 16.
Imposta della Quarta (25 %) da pagare = lire 26 soldi 19.
Malvicini Fontana Marchese Don Orazio di Piacanza - redditi su dazi vecchi di pane, vino, carne e traverso del vino di Fara.
Ammontare dei redditi lire 416.
Imposta della Quarta (25%) da pagare = lire 104.
Data, 25 aprile 1704.
Il 4 gennaio 1799, in Milano, il Marchese Don Giuseppe Serafini Malvicini Fontana, figlio del Marchese Don Orazio Serafini ha la procura di vendere i beni posti nella terra di Fara al cttadino Andrea Gavino di Novara per il prezzo di lire 13.500 in monete d'oro sonanti al corso delle Grida di Milano. I beni si componevano di una casa in fianco alla Chiesa della B.V. delle Grazie e terreni per pertiche 127 e tavole 3. Atto rogato dal Notaio Pietro Vedani, Archivio Stangalino.
Vendita della Proprietà Serafini
Instrumento d'acquisto dei fondi di Fara provenienti dal Marchese Orazio Serafini, per il prezzo di lire 13.500 di Milano.
Milano 4 gennaio 1799, ed in nome della Repubblica Cisalpina il giorno 15 Nevoso anno settimo indizione seconda.
I Cittadini padre e figlio Serafini Vendono al Cittadino Andrea Gavina, per il prezzo di lire 13.500 in monete d'oro sonanti al corso delle Gride di Milano, tutti i beni del loro feudo di Fara. Quindi sua Eccellenza il Signor Marchese Don Giuseppe Serafini Malvicini Fontana, figlio dell'Eccellenza il Signor Marchese Don Orazio Serafini di Piacenza, Feudatario della terra di Fara, ha la procura di vendere i beni posti nella Terra di Fara.
Descrizione dei Beni:
Casa denominata l'Osteria esistente in attiguità e vicino l'ingresso dell'abitato di Fara, quale consiste in vari corpi d'abitazione civile nel piano terreno con li suoi corrispondenti superiori, alla parte di mezzo gli và unito un orto di circa staia uno a misura novarese ed in un sol corpo: ad essa casa ed orto fanno coerenza a levante il Cittadino Cattaneotto a mezzodì fondo del Sonzino, a ponente strada pubblica da Romagnano a Novara mediante la roggia Canturina ed in parte l'Oratorio della B.V. delle Grazie ed a tramontana lo stesso Oratorio e l'Arco d'Ingresso dell'abitato di Fara.
In più 21 pezze di terra.
Aratorio al Gallo, Vigna Strella, Coltivo al Farasco, Aratorio al Farasco, Coltivo al Farasco,Vigna al Roggiale, Vigna alla Crea, Vigna al Maroni, Coltivo al Musco, Arabile al Talento, Arabile al Talento, Arabile al Talento, Coltivo al Giumenta, Coltivo al Giumenta, Vigna al Campo Grande, Arabile al Storta, Ronco al Cornaggia, Vigna al Castelletto, Prato adacquatorio del Ponte d'Asse, Vigna sottoronco alla Guasta e Arabile alla Rozzanella.
Al Catasto questi terreni risultano della quantità di Pertiche 127 e Tavole 3.
La perizia è stata fatta dall' Ingegnere Melchioni di Novara.
L'istrumento è stato rogato dal Notaio Pietro Vedani (Archivio Stangalino).
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Sulla Mappa del territorio di Fara, fatta nel 1723 dal Geometra Antonio Beda in occasione della Misura Generale del Nuovo Censimento dello Stato di Milano, detta Mappa di Maria Teresa, vediamo le piantine dei due Castelli.
Il Castrum Vetus, o Castellone è disegnato a perimetro ottagonale, all'interno del quale verso settentrione si apre un cortile circolare alquanto ristretto.
Sulla Mappa il Castello è segnato con la particella n. 2670.
Una fotografia di fine ottocento fatta fare dai proprietari Miglio, ci fa vedere il Torrione centrale ed i tetti ricoperti da coppi prima che fossero ridotti a terrazze dalle balconate di cemento.
Analizzando poi direttamente la configurazione muraria degli edifici, che a settentrione si estendono quasi a elisse, si vede che in origine questo Castello era formato da un'austera torre quadrata munita di fortificazioni, circuite all'intorno da robusto muraglione protettivo.
I muri dell'alto e quadrato Torrione, che tuttora si presentano nella loro totale integrità antica, mostrano ancora oggi l'impasto a spina di pesce.
Tale antichissimo impasto murario è pure evidente in parziali residui del muraglione di cinta, gran parte scomparso.
L'antica datazione della Torre centrale viene confermata anche da un bell'affresco che all'interno dell'edificio rappresenta una Madonna incoronata, seduta in trono, intenta ad allattare il bambino.
Una santa dalle belle sembianze giovanili fa omaggio di un sechiello pieno di latte.
La scritta ancora visibile in cornice è illeggibile.
L'affresco risale ai primi anni del cinquecento.
Alla sinistra, per chi guarda, seduta su di un trono munito di baldacchino, la Madonna, con in testa la corona, con la mano destra porge la mammella a Gesù Bambino, nudo, seduto su di un cuscino bianco posato sulla gamba sinistra della Madonna.
La Madonna indossa una tunica rossa con dei piccoli disegni bianchi ed un grande mantello giallo foderato di bianco all'interno.
Alla destra, una santa dalle belle sembianze giovanili fà omaggio alla Madonna di un secchiello pieno di latte.
La santa, a piedi nudi, indossa una tunica di colore rosso a disegnini bianchi ed un mantello bianco.
Il portale d'ingresso, a nord, ben conservato nella sua severa rusticità, era protetto da una modesta torretta, abbattuta nei primi anni del novecento perchè pericolante.
Una galleria sotterranea, aperta all'esterno meridionale, conduceva al piede della torre: fu otturata a memoria d'uomo per motivi di sicurezza.
La tradizione popolare vuole che, allungandosi al di là del recinto, la galleria colleghi il Castello con quello di Briona.
Si tratta comunque di un Castello fortificato che, anche se di non eccezionale portata, era certo in rapporto con l'ampia rete castellana di questa sponda del Sesia.
Avere acqua in abbondanza è sempre stato un problema per i due Castelli.
"L'acqua non potendosi avere sopra la collina, se non con grande difficoltà e fatica, e dai soli pozzi che son della profondità di 80 e più braccia come si evincie e comprova dalli attuali pozzi che esistono nei due Castelli" (24).
Il 3 gennaio 1729, il marchese Anna Giuseppe Tornielli di Gerbevillier in Lorena con la moglie marchesa Antoni Luisa di Lambertye vendono al conte Giorgio Castellani le loro proprietà fondiarie (25).
Una descrizione del Castello è stata fatta dall'ingegnere Giuseppe Rossi, il 24 gennaio 1787, dopo la morte del proprietario conte Antonio Castellani, di patriziato valsesiano, residente a Novara.
In realtà è un estimo di beni comprendente anche il Castello che "esiste sul dosso dell'avitato in un colle ed ha l'ingresso verso mezzanotte in arco e spalle di cotto, e coll'andito successivo corrisponde alla corte in un'ascesa selciata al davanti del caseggiato, rinchiusa per una parte da muro di cintaricoperto di tegole ed in parte di lastre di pietra viva, con una prospettiva in esso a piture rappresentante il Trionfo di Bacco.
In lungo al piano terra con un pollaio ad esso contiguo, e rimangono sulla sinistra al detto andito di porta.
A questi vi succede in linea verso levante il torchio da vino colla trave vecchia e tarlata, col letto e pietra da leva, il tutto di vino.
Alla destra dello stesso andito s'estende un braccio di fabbrica, che corrisponde una cucina, salotto, stalla, tinara e scuderia.
Nel primo ordine al caseggiato sovrascritto compreso anche l'andito di porta e sito del torchio, vi sono nove superiori e tre altri nel secondo ordine: per passare alli quali si usa la scala ivi nell'esteriore verso corte, fatta parte di cotto e parte d'asse, con li pontili superiormente ad essa.
Portico a mezzanotte all'abitato nobile aperto in quattro campi coperto da tetto mancante per tre quarti, sostenuto da pilastri di cotto sottodel quale vi resta il pozzo col torno a ruota.
Andore con diversi gradini di cotto in ascesa al medemo situato al di dietro del portico sovrascritto coperto dalla gronda del tetto e corrisponde all'infrascritta cucina dell'abitato nobile: Tre sale, una saletta, camera da letto, cantina e cucina, che formano l'abitato nobile tutte sul piano terra, le quali rimangono in un doppio fabricato alla parte di mezzogiorno dell'andore sovrascritto con la scala parte di vivo e parte di cotto nell'interno di essi.
Due tinare sotto alle due sale riguardanti verso ponente.
Una dispensa a mezzogiorno alla scala e questa si produce in sotterraneo a parità delle tinare suddette.
Nel primo ordine alla detta dispensa si ritrova un camerino e luogo della bassa camera; al davanti di questi vi rimane un pontile di vivo con ringhiera di ferro, e superiormente ad essi vi resta un solaro.
Sovra della sala, saletta, cantina, cucina e camera da letto vi rimangono nel primo ordine cinque stanze con tre gabinetti sotto soffitto e nel secondo ordine due altri solari, con la torre, ossia specola nel terzo ordine alla cantina, li quali trovansi in parte sotto tetto intavellato ed in parte sotto coppi.
Nelle aperture verso ponente vi sono quattro poggioli.
Una legnara alla parte di levante alla cucina e saletta con una rimessa in due apperture e questa chiude in una parte la corte verso levante, ambedue sotto tetto".
Le due varianti più vistose da allora sono dunque la trasformazione di parte dei tetti in terrazze, la demolizione della modesta torretta del portale e di gran parte del muro che recintava il Castello.
E' pure andato distrutto il dipinto del Trionfo di Bacco.
L'odierno complesso architettonico, non eccezionalmente imponente, ricalca più o meno quello antico.
In parete esterna sul cortiletto figura tuttora un'arma nobiliare, raffigura castello su spade incrociate in campo rosso, affiancato a ruota in campo oro.
Tutt'assommato il Castrum Vetus si era ormai trasformato in villa sopraelevata in collina con nell'interno delle vecchie mura di cinta una buona fattoria agricola collinare corredata da attrezzature per la lavorazione delle campagne e dei vigneti.
Quindi con casseri, stalle e cantine per la vinificazione e per l'invecchiamento del vino
padronale.
Nello Stato d'Anime 1841 - 1843 si legge: "Casa detta Castellone dei coniugi Piero Faccino e Teresa Gorino" dovevano essere i nuovi proprietari.
Successivamente fino al 1890 era abitato dal proprietario Piero Taccone.
Alla sua morte il Castellone passò di proprietà ai fratelli
Miglio, che lo occuparono fino al 1952, quando venne acquistato dalla famiglia dell'Ingegner Stangalino.
A Novara i fratelli Miglio furono abili editori e tipografi per molti anni.
Il 22 agosto 1994, il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, nella persona del Ministro Fisichella decretò che l'immobile Castello detto Castellone venisse sottoposto a tutte le disposizioni di tutela contenute nella legge del 1 giugno 1939 n. 1089 con efficacia nei confronti di ogni proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo.
A cura del Soprintendente per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte l'edificio fu, quindi, trascritto presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari.
Chiesetta di Santa Marta: Carlo Grilli De Gasparis in: Cenni storici di Fara Sesia, a pagina 35, scrive: Oratorio di San Giovanni Battista: Nel 1597 viene descritta come Chiesa di una navata unica, orientata ad oriente, con un soffitto laterizio ed Altare aderente alla parete, senza icona ma solo con un dipinto per Pala (A.S.D.N., Atti di Visita, Tomo 48 c. 216, pg. 119).
Nel Castellone si vede ancora un bell'affresco dei primi del cinquecento che rappresenta la Madonna del latte.
La chiesa e l'affresco vengono citati anche nel contratto di locazione della tenuta del Castello d'abasso, stipulato in data 19 ottobre 1686.
Da tempo antichissimo e fin dopo l'anno 1850 fra il muro di cinta del Castello e la sottostante vigna del Ronchetto esistette una strada larga tre metri, la quale partendo dalla altra strada che dall'abitato di Fara conduce al Castellone, passava rasente il muro di cinta del Castellone, e conduceva all'Oratorio e Cappella di San Giovanni.
L'Oratorio aveva la facciata verso ponente e si entrava mediante alcuni gradini di cotto.
Notizie ricavate da: "Pretura del Mandamento di Carpignano - Cronologico n. 271 del 23 febbraio 1881.
Sentenza nella causa Morini cavaliere Teologo Don Antonio e Stoppani Don Eusebio contro i fratelli Miglio".
Altre notizie ricavate dal documento datato: 5 agosto 1652.
"Inventario di tutti i beni stabili del Beneficio di San Giovanni posto nel Castello Vecchio di Fara". La Chiesa di San Giovanni posta nel Castello vecchio di detta Terra di Fara, Diocesi di Novara, è tenuta e posseduta dal M. R. Sig. Antonio Bazolerio del luogo di Rimasco Valle Sesia.
Inventario fatto per ordine del molto Illustrissimo e Reverendissimo P. Raimondo e del sacerdote di Teologia Dott. Ill.mo Ecc.mo Sig. Cardinale Odescalco vescovo di Novara ( Benedetto Odescalchi, Vescovo di Novara 1650 - 1656, diventò Pontefice con il nome di Innocenzo XI, 1676 - 1689).
Inventario fatto dal Bazolerio con la presenza di me Notaio De Paulis e testimoni Agostino Portio e Bernardino, e Gio Pietro Rattino e Bernardino, uomini di Fara e bene informati di detti beni. La Chiesa di San Giovanni la quale è postaet situata nel Castello Vecchio di detta Terra di Fara, alla quale coerentia a mattina ed a mezzodì beni del sudetto Castello, a sera beni del Beneficio di San Giovanni, a monte beni del Sig. Gioanni Morino.
Nella Chiesa vi è un solo Altare tutto ruinato, senza pietra sacra.
Sulla muraglia annessa a dietro l'Altare vi sono dipinte alcune figure: di San Giovanni, del Crucifisso, in mezzo, con le due
Marie d'intorno al medesimo Crucifisso, di San Fabiano a parte sinistra, le quali effigi fanno da Ancona al medesimo Altare.
Vi sono anco dipinte sulle pareti tanto da una parte quanto dall'altra di dentro di detta Chiesa altre figure, come la Beata Vergine e d'altri Santi, mezzo ruinate.
La qual Chiesa per esser stata derelitta a causa di guerra è tutta scoperta, e son cascanti parte delle muraglie.
Nella qual Chiesa si celebrava ogni settimana due Messe obligate del medesimo Beneficio.
Per esser detta Chiesa ruinata come detto, e non potersi in essa celebrare dette Messe, si è trasferito detto obbligo di celebrare dette Messe nella Chiesa dei Santi Fabiano et Sebastiano posta nella detta Terra di Fara, et questo con la debita et havuta licenza delli Ill.mi superiori.
Poichè a causa della guerra sono andati distrutti anche i Paramenti per celebrare la Messa, il Beneficio di San Giovanni pagherà due scudi l'anno per la manutenzione dei Paramenti della Chiesa dei Santi Fabiano e Sebastiano.
Quando Giovanni Andrea Tornielli acquisì il Castello di sopra da Giovanni Battista Tettoni trovò una fortezza senza alcuna Cappella, giacchè l'antica Chiesetta dell'Annunciazione, situata accanto all'ingresso, era stata sconsacrata ed era priva di Altari già dal 1618.
Egli fece costruire il piccolo Oratorio di San Gerolamo e quando fu perfezionato ordinò di abbattere l'antica chiesa della Vergine. Cappelle nel Castello di Sopra: Oratorio della Vergine Annunziata: Il Vescovo Cardinale Ferdinando Taverna, negli Atti della sua visita Pastorale del 25 marzo 1618, ordinò la demolizione dell'Oratorio dell'Annunziata "in Castillo Supra"perchè irregolare e mal messo.
L'Oratorio sorgeva all'ingresso del Castello.
Aperto a porticato aveva un piccolo Altare adorno di pitture.
Ma un Inventario del 1682 ci fà sapere che l'Oratorio esisteva ancora.
Inventario del Beneficio sotto il Titolo dell'Annunciata di Maria Vergine, situato nel Castello di sopra del luogo di Fara, dove si dice ai piedi del monte.
Beneficio posseduto da Ottavio Torniello fu Capitano Gio Paolo.
"Detta Cappella nominata e situata nel Castello di sopra consiste in quattro muraglie, qual è posta in volta et vi è un Altare picciolo senza paramenti, et anco una campana, qual campana è stata trasportata alla Chiesa di Santa Maria di detto loco di Farra dalli uomini di detto luogo senza licenza del detto Cappellano et (la campana) è di rubbi quattro.
Il Cappellano (Ottavio Torniello) ha obbligo di far celebrare una Messa la settimana in detta Cappella, et per non esser luogo decente il detto Cappellano fa celebrare detta Messa nella Chiesa di San Fabiano di detto luogo in Farra, et questo conforme all'ordine datoli dal Vescovo passato sopra la Visita (Pastorale) da Lui fatta.
Il Cappellano Ottavio Torniello paga al sacerdote che celebra la Messa quattro scudi ogni anno più le elemosine.
Beni del Beneficio: Cappella di San Rocco: Nell'Archivio Storico Diocesano di Novara - Peste 1630 - troviamo l'indicazione che nel Castello di sopra esisteva un'altra Cappella.
In una nota si legge: "Farra 13 giugno 1630,Gio Andrea Torniello per devozione fà fabbricare una Cappelletta con l'immagine di San Rocco, Sant'Andrea e della Madonna, in testa ad monte dello stradone posto dalla parte verso monte del Castello di Fara".
Oratorio della Natività della Vergine: All'interno del Castello esisteva anche questo piccolo Oratorio, il cui Beneficio, fondato dai Tornielli verso la fine del seicento, fu trasferito all'Altare del SS. Rosario nella Chiesa Parrocchiale.
Il Beneficio è stato fondato il 9 agosto 1688, con vigna Ronchetto per dote e ancora una casa rustica e terreni per pertiche 24 e tavole 23.
Poichè l'Oratorio era aperto sul davanti il Vescovo Marco Aurelio Balbis Bertone, negli Atti della sua Visita Pastorale del 17 aprile 1761, ordina che si faccia chiudere il Presbiterio con un cancello di legno.
Chiesa di San Gerolamo: Fu eretta fra il 1630 e il 1660 dai Tonielli.
Questo Oratorio è segnato anche sulla mappa del 1723.
Sul piccolo Oratorio di forma quadrata si ergeva una torretta con campana.
L'Altare che era di legno fu trasformato in cotto con mattoni nel 1796 dal conte Don Anna Giuseppe Tornielli Boniperti di Lozzolo.
L'Oratorio nel 1700, era descritto di forma rettangolare, "ha per soffitto un tavolato dipinto, l'Altare appoggiato al muro cui è affisso un quadro rappresentante San Gerolamo, e sul gradino sopra la mensa stà, chiuso in una custodia, un piccolo simulacro in marmo della Beata Vergine Maria col Bambino. L'Oratorio era provvisto di decenti suppellettili".
Nella relazione del 1879 per la Visita del Vescovo Stanislao Eula, leggiamo: "In causa d'incendio avvenuto tanti anni or sono, l'Oratorio manca di soffitto, è in totale disordine e non vi si celebra più".
Nel 1915, Castello e Oratorio furono acquistati dai Guanelliani che li trasformarono in Seminario.
Le antiche carte parlano anche di un Castelletto posto in pianura.
Nel 1613 si scriveva ancora: "ubi dicitur ad Castelletum" (A.S.D.N., Atti di Visita, Tomo 91 c. 42). 1) Porzio Giovanolo - Abbozzo Storico Cronologico e Topografico di Fara - Manoscritto, 1812, pg. 79.
2) M.G. Virgili - Le carte di Biandrate dell'Archivio Capitolare di Santa Maria - Novara, pg. 71.
3) A. Ceruti - Statuta Communitatis Novariae, Novara 1879, pg. 131 e 132.
4) A. Ceruti - ibidem pg. 132.
5) P. Azario - Liber gestorum in Lombardia, pg. 110.
6) P. Azario - ibidem, pg. 167.
7) G. Ferraris - La Pieve di Santa Maria di Biandrate, pg. 71 e 72.
8) P. Zanetta - Descrizione delle terre - pg. 131.
9) A.S.N. - Notai, A. Falletti, 8 luglio 1474.
10) A.S.B. - Archivio Avogadro di Valdengo, Carte Frasconi, 9 settembre 1480.
11) A.S.N. - Notai, G.A. Tornielli, 7 maggio 1499.
12) A.S.M. - Feudi Camerali, carta 632, 27 giugno 1546.
13) A.S.M. - Feudi Camerali, carta 114, 23 luglio 1561.
14) A.S.M. - Feudi Camerali, carta 114, 26 luglio 1561.
15) Stoppa - Fara Novarese, pg. 90.
16) A.S.M. - Feudi Camerali, carta 632, 4 maggio 1579.
17) A.S.M. - Feudi Camerali, carta 73, 11 settembre 1587.
18) A.S.M. - Feudi Camerali, carta 150, 4 marzo 1589.
19) Porzio Giovanolo - ibidem, pg. 141.
20) A.S.M. - Inventario Feudi Camerali, 114, 5.
21) Porzio Giovanolo - ibidem, pg. 249.
22) A.S.T. - Indice Generale delle Investiture e Consegnamenti, 394, F. 46.
23) A.S.M. - Inventario Feudi Camerali, 114, 5.
24) Porzio Giovanolo - ibidem, pg. 60.
25) A.S.M. - Feudi Camerali, carta 74, 3 gennaio 1729.
A.C.F. - Archivio Comunale di Fara Novarese
A.P.F. - Archivio Parrocchiale di Fara Novarese
A.S.D.N. - Archivio Storico Diocesano di Novara
A.S.N. - Archivio di Stato di Novara
A.S.M. - Archivio di Stato di Milano
A.S.P. - Archivio di Stato di Parma
A.S.T. - Archivio di Stato di Torino
Archivio Stangalino
Archivio Gibellini
B.S.P.N. - Bollettino Storico Provincia di Novara
C. Porzio Giovanolo - Abbozzo Storico Cronologico e Topografico di Fara, Manoscritto, 1812
C. Grilli De Gasparis - Cenni storici di Fara Sesia, Novara, 1903
Liber Chronicus dell'Istituto San Gerolamo, dalla fondazione all'anno 1918, Manoscritto di R. Lucca
A.P.F. - Libro della Chiesa di Farra, 1646 - 1653
C. Bascapé - Novaria seu de Ecclesia Novariensi, Novara 1612
A. Ceruti - Statuta communitatis Novariae, Novara, 1879
P. Azario - Liber Gestorum in Lombardia, a cura di F. Cognasso, Bologna, 1926 - 1939
M.G. Virgili - Le Carte di Biandrate dell'Archivio Capitolare di Santa Maria, Novara, 1965
A.L. Stoppa - Fara Novarese, Terra di Collina, Novara, 1979
G. Andenna - Andar per Castelli, Disegni di B. Polver, Torino, 1982
G. Andenna - Il Mondo Novarese, Novara, 1999
G. Ferraris - La Pieve di Santa Maria di Biandrate
"Anticamente sul colle presso il Castello dei fratelli Miglio, dal lato di mezzodì, una Chiesetta sorgeva, che ora (1903) più non esiste, sacra a Santa Marta, a cui ascendevasi per un viottolo e vi solevano pure questi abitanti (di Fara) andare in processione".
Io non ho trovato nessuna altra notizia.

Intanto agli inizi del settecento il conte Carlo Emanuele Tornielli, che dalla moglie marchesa di Chatelier aveva ereditato il marchesato di Gerbeviller, adottava il figlio del conte Luigi Ferdinando Tonielli Rho di Lozzolo, Giorgio di Romagnano che, alla morte del padre adottivo, ereditava anche le proprietà di Fara.
E' così che il Castello passava ai Tornielli Boniperti Rho di Lozzolo.
Sappiamo anche che a ridurre il maniero o casaforte in villa di campagna fu il conte Carlo Maria Tornielli, che nel 1766 fece progettare e costruire anche la grandiosa scalinata che porta al giardino e all'entrata principale del Castello.
Del meraviglioso giardino, Porzio Giovanolo così scrive: "Un giardino bello, elegante, ed ameno il quale, se fosse terminato secondo il suo primiero disegno, non la cederebbe per la sua località e posizione ad alcun altro sul Novarese, ad eccezione di quello delle Borromee che non hanno i suoi secondi".
Altra descrizione del Castello, scritta nel 1753(Archivio Gibellini).
Il Castello di Fara è il più bello e delicioso del Novarese, con giardino fatto a ripiani, scalinate, grotte, statue ed altri ornati tutti di vivo, con spagliere e boschetti d'agrumi e più di trecento piante di cedri e limoni e vasi di fiori, ed ha dentro il recinto una vigna a ronco che rende, un anno con l'altro, brente venti di vino del più perfetto.
Attorno al Castello di Fara c'è un Roccolo di 40 moggia di vigna".
Il Castrum Novum o Castello di Sopra, nella Mappa di Maria Teresa è delineato a due grandi corpi irregolarmente rettangolari aderentemente affiancati.
Il corpo meridionale ha la facciata lievemente arretrata in confronto all'altro corpo.
All'angolo esterno del corpo settentrionale, dalla parte prospiciente al piano del paese, inserita all'interno dell'edificio, è segnata la Chiesa di San Gerolamo.
Sulla Mappa del 1723, il Castello è segnato con le particelle n. 2669 - 2669 1/2 - 1661 - 1614. Nel 1800 il Castello fu acquistato dalla famiglia Oriani di Turbigo, che si era arricchita con le forniture agli eserciti napoleonici.
Gli Oriani fecero costruire il giardino all'italiana "adorno di gradinate e di grotte decorate a mosaico floreale".
Queste grotte nei primi anni del novecento erano chiamate "la cà di prajèti", perchè avevano pareti e soffitti rivestiti di pietruzze di diversi colori che formavano ornamenti simili al mosaico.
Nel 1811 il Castello passò per acquisto al francese Lorenzo Poulèt di Grenoble, domiciliato a milano, il quale amava soggiornare nella residenza farese per ritemprarsi dai lunghi viaggi di lavoro.
Alla sua morte avvenuta il 21 ottobre 1829, la proprietà pervenne alla figlia Amalia che sposò l'Avvocato Luigi Borsotti di Fara.
Nel 1890 la famiglia Borsotti vendette il Castello all'industriale cavalier Giuseppe Pariani di Intra.
Nel 1903 il cav. Pariani fece sistemare la collina e costruire il lungo muraglione che và dalla strada del Valle Rastrello alla strada del Mirasole, lungo la strada per Barengo.
Sullo slargo della Carale, nell'angolo del muraglone, era inserita una bella fontana.
Ora della fontana è visibile solo la parte superiore formata da un arco di mattoni.
La fontana è scomparsa ed è stata sepolta dalla terra riportata per rialzare il livello dell'inizio della strada Valle Rastrello, quando nel 1961 il Direttore dell'Istituto Guanelliano, Don Antonio Gozzo, ha fatto costruire la nuova strada asfaltata che portava all'entrata dell'Istituto San Gerolamo sopra la collina.
Nel 1915, su invito dell'arciprete Don Gaudenzio Manuelli, la Congregazione dei servi della carità o Guanelliani, acquistò l'edificio dal cav. Giuseppe Pariani.
Il contratto fu intestato alla Società Charitas con sede a Como e fu rogato dal Notaio Carlo Prolo a Novara.
Il Castello, nel corso degli anni, fu adibito nella casa degli aspiranti alla vita religiosa: il probandato, il noviziato e quindi il Seminario di San Gerolamo. Sabato 29 luglio 1916, per prendere possesso del Castello, partirono a mezzogiorno, dalla stazione ferroviaria di Como Borghi arrivando a Fara alle sei di sera, venti chierici accompagnati dal Superiore Generale Don Aurelio Bacciarini, da Don Leonardo Mazzucchi, primo rettore dell'Istituto, dal 1916 al 1924, e da Don Calvi.
Le cronache riferiscono che il viaggio in treno venne pagato con i soldi trovati in una tasca della veste di Don Luigi Guanella, fondatore della Congregazione, alla sua morte avvenuta a Como il 24 ottobre 1915.
Domenica 30 luglio 1916, nella Chiesa Parrocchiale, alla Messa Cantata erano presenti i Guanelliani, Servi della Cartà: 3 sacerdoti, 22 chierici e alcuni giovani dei loro Istituti di Milano e Como.
Erano accompagnati dal Superiore Generale Don Aurelia Bacciarini.
L'Istituto San Gerolamo ebbe subito un grande successo.
Ospitava circa 300 persone fra sacerdoti, professori, laici, suore e studenti.
Molti ragazzi venivano dalla Brianza e dal Comasco.
Entravano nell'Istituto per frequentare la seconda classe elementare, proseguivano poi negli studi fino al sacerdozio e nella Chiesa di San Gerolamo celebravano la loro prima Messa.
I Faresi aiutavano di buon grado l'Istituto donando ai suoi laici questuanti: patate, granoturco, frutta e verdura a secondo delle stagioni.
Allora Fara era un paese prettamente agricolo, i frutti abbondavano ed una piccola parte era per consuetudine destinata ai "pretini" del Seminario.
Il 20 luglio 1949, il Seminario San Gerolamo, a causa del continuo diminuire delle vocazioni, venne chiuso e i seminaristi furono trasferiti nell'Istituto San Giuseppe di Anzano del Parco in provincia di Como.
Nel settembre del 1949, l'edificio venne trasformato in collegio che ospitava 125 ragazzi che frequentavano la scuola elementare e media. Direttore era Don Dante Radaelli.
L'Istituto, nel corso degli anni, crebbe considerevolmente d'importanza al punto che fu necessario provvedere ad opere di ampliamento.
Nel 1966, in occasione delle feste per i 50 anni dell'Istituto San Gerolamo, nella sua relazione, il Direttore Don Vito Viti, tra l'altro, scrive che dal 1916 "gli ex allievi sono: 1401 di Fara Seminario e 1304 di Fara Collegio".
Il 10 maggio 1970, il Vescovo Mons. Vittorio Piola inugurò la nuova ala dell'edificio.
Direttore dell'Istituto era Don Oreste Saginario.
Dall'antico fabbricato la nuova ala si proiettava in direzione nord per una lunghezza di m. 75 ed una larghezza di m. 13.
Al piano seminterrato era collocato un salone-teatro con 400 poltrone a sedere e relativi servizi.
Nella prima metà del seminterrato furono ricavati locali per le doccie, i servizi e la centrale termica.
Al primo piano si aprivano otto aule scolastiche dotate ognuna di 30 banchi monoposto in legno laminato.
Al secondo e al terzo piano erano situate le stanzette adibite a dormitorio con antistanti servizi.
Progettista fu l'Ingegner Paglia di Milano ed esecutrice dei lavori la ditta Ramaioli di Barengo.
Per circa 30 anni, dal 1950 al 1980, il Collegio vide una considerevole affluenza di studenti, ma negli anni ottanta, a causa dell'aumento delle rette e della concorrenza delle scuole medie statali, il Collegio conobbe difficoltà gestionali che lo portarono alla chiusura definitiva nel 1984.
I Guanelliani affittarono alcune aule al Comune di Fara che aveva posto lì la sede del distaccamento delle scuole medie comunali.
Il 15 maggio 1990, la Congregazione dei Servi della Carità vendette l'Istituto alla Società Casa di Cura Privata i Cedri S.p.a. che divenne operativa il 10 ottobre 1993.
Una vigna ove si dice al piede de monti di stara 7 e una vigna ove si dice al Chioso, coerenza a sera con la roggia Vecchia, di moggia uno e stara 2.
Dalle due vigne ogni anno si ricavano circa 12 brente di vino.
Il Cappellano ogni anno spende lire 9 per fare ingrassare le due vigne (A.S.D., faldone 1).
In fianco all'Oratorio, verso il paese di Fara, vi era un caratteristico campanile, chiamato "la torre rossa".
Lo possiamo ancora ammirare in due fotografie fatte nel 1916.
La prima Cappella dei Guanelliani fu installata in un salone del Castello.
Nel 1918, i Guanelliani edificarono la nuova Chiesa di San Gerolamo.
Dai locali a pian terreno, già adibiti a scuderia, e dalle stanze superiori, occupate da gabinetti di enologia, fu ricavata nel 1918, dall'Architetto Spirito Maria Chiappetta, la prima Cappella di stile gotico.
La Chiesa fu benedetta il 21 luglio 1918 dal Vicario Generale della Congregazione, don Silvio Vannoni.
Il conte Ernesto Lombardo di Novara fece dono di una bella statua del Sacro Cuore, che è stata collocata al di sopra dell'Altare Maggiore.
Sopra due mensole ai lati dell'Altare vi sono altre due statue.
A sinistra per chi guarda, la Beata Vergine con Gesù Bambino, alla destra San Gerolamo con Gesù Bambino.
Il pittore milanese Guglielmo Da Re decorò la Cappella con fregi e medaglioni riproducenti i Santi Patroni della Congregazione dei Servi della Cartà.
La Chiesa venne poi ampliata nel 1924, ed in seguito nuovamente decorata come si presenta tuttora.
Nel 1925 è stata fatta la Grotta della Madonna di Lourdes.
Il Castelletto sarà stato un Ricetto fortificato che racchiudeva i granai e le cantine, per la difesa dei raccolti e dei vini dalle incursioni dei nemici di Fara.
Oggi rimane solo il toponimo Castelletto nella zona di via Mazzini.
All'interno di un portone, vicino al ponte dei fiori sulla roggia Mora, una scritta: "Castello dei Volpi" vuole in qualche modo ricordare l'antico Ricetto.

